Vilfredo Pareto scrisse
che “la storia è un cimitero di aristocrazie”, intendendo con il
termine aristocrazia élite,
che altro non è, se non l'aristocrazia nella democrazia.
Mai
come ai nostri giorni le élite sono finite con tanta rapidità. Si
pensi alla classe dirigente democristiana, i cui rappresentanti
cambiarono quasi con cadenza annuale (Fanfani, Moro, Colombo, Rumor,
Piccoli eccetera); si pensi a quella socialista, i cui rappresentanti
cambiarono con cadenza più lunga, ma pur sempre troppo breve; quella
comunista cambiò con minore cadenza, e questo le permise di durare
più a lungo e di superare le difficoltà delle altre élite, essendo
essa più abituata a servirsi della demagogia. Tralascio le altre
élite e mi soffermo sulle loro degenerazioni: la caduta
nell'aristocrazia di un solo uomo, Berlusconi.
Se
riandiamo con la memoria alla storia politica greca, vi ritroviamo
non pochi pensatori che, riflettendo sulla ineluttabilità di questo
decadimento, distinguevano un passaggio dall'oligarchia (il governo
di pochi) alla democrazia (il governo di tutti), poi dalla democrazia
alla demagogia ( il governo dell'inganno) e infine alla tirannia (il
governo di uno).
Non
voglio portare a esempio, per dimostrare quanta verità c'è in
questa riflessione, la politica nazionale, troppo lontana dal nostro
quotidiano, e mi limito a quella locale, a quella comunale. I giovani
ne conoscono soltanto la parte di questi ultimi anni, ma coloro che
hanno la mia età hanno vissuto gli anni d'oro della democrazia,
quando fu sindaco di Cefalù Giuseppe Giardina e quando la vita
sociale ed economica del Paese era affidata a élite culturali dai
meriti indubbi.
Questa
élite era seguita da tutto il popolo e persino quelli che le si
opponevano ne avevano rispetto per le sue indiscutibili qualità.
Poi
le cose cambiarono e con esse cambiò l'élite. Prima prese campo la
corruzione e poi, quando la situazione di crisi dilagante rese
difficile la corruzione, subentrò la demagogia, finché non siamo
caduti nella tirannia. Non trovo, infatti, altro sostantivo per
definire l'attuale sindacatura Lapunzina, uscita dalle urne senza
maggioranza in Consiglio, quasi a voler sottolineare che i cittadini
non si fidavano e volevano una opposizione in grado di controllarlo.
Non
potevano prevedere, i cittadini, che avrebbe usato la situazione
disperata del Comune per convincere parte di questa opposizione ad
appoggiarlo nell'interesse della Città.
Le sue proposte, però, non erano e non sono in grado di fare il bene
della Città, per cui alcuni consiglieri, resosene conto, lo hanno
lasciato in balia di una finta maggioranza. Con il risultato che egli
è rimasto solo ad amministrare ed è stato trasformato giocoforza in
un tiranno. Soprattutto se si considerano i troppi silenzi di coloro
che dovrebbero collaborarlo.
Come
accade a tutti i tiranni, presto una sorta di delirio di onnipotenza
si è impadronito di lui, facendogli affermare spesso rispettami,
sono il Primo Cittadino
oppure che l'acqua è potabile, anzi non lo è
e persino che il dissesto finanziario non c'è
più, rimangono soltanto i debiti.
Tutte affermazioni fatte con troppa serietà, dallo stesso Sindaco e
da alcuni suoi seguaci, poco consapevoli che i cittadini li prendono
per quel che sono: esempi
di dilettanti allo sbaraglio.
Inconsapevoli, essi aumentano i rischi del Paese e preparano a se
stessi una fine ingloriosa. Andranno, come diceva Pareto, a popolare
l'ennesimo “cimitero delle aristocrazie”, non avendone, però,
incarnata neppure l'apparenza.
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