Se leggete a pagina 961
di La corda pazza di Leonardo
Sciascia, troverete la seguente citazione di Scipio di Castro: “I
siciliani generalmente sono più astuti che prudenti, più acuti che
sinceri, amano le novità, sono litigiosi, adulatori e per natura
invidiosi; sottili critici delle azioni dei governanti, ritengono sia
facile realizzare tutto quello che loro dicono farebbero se fossero
al posto dei governanti. D'altra parte, sono obbedienti alla
Giustizia, fedeli al Re e sempre pronti ad aiutarlo, affezionati ai
forestieri e pieni di riguardi nello stabilirsi delle amicizie. La
loro natura è fatta di due estremi: sono sommamente timidi e
sommamente temerari. Timidi quando trattano i loro affari, poiché
sono molto attaccati ai propri interessi e per portarli a buon fine
si trasformano come tanti Protei [il
personaggio mitologico capace di cambiare forma], si
sottomettono a chiunque può agevolarli e diventano a tal punto
servili che sembrano nati per servire. Ma sono di incredibile
temerarietà quando maneggiano la cosa pubblica e allora agiscono in
tutt'altro modo.”
Prima
di commentare il brano riportato da Sciascia, è opportuno conoscere
meglio il suo autore e il tempo in cui visse. Scipio di Castro era
nato a Policastro, vicino a Salerno, nel 1521 e morì nel 1583 a
Roma. Fu senza dubbio un avventuriero e, sebbene avesse preso i voti
di agostiniano, fu un eretico e un apostata, più volte inquisito dal
Sant'Uffizio e condannato. Le sue amicizie gli risparmiarono, però,
di scontare le pene più volte inflittegli e comunque gliele resero
più sopportabili.
Fra
le sue amicizie bisogna annoverare la più importante, quella di papa
Gregorio XIII e di suo figlio Giacomo. Altre amicizie permisero a
Scipio di partecipare alla politica europea di quel tempo, con
l'essere consigliere ascoltato e stimato di ministri, plenipotenziari
e di viceré.
In
Sicilia visse per un decennio e qui vi fu amico del viceré marchese
di Pescara, al quale si deve la porta di Cefalù, che porta il suo
nome. Oggi quella porta non ha più le caratteristiche originali,
avendo subito mutamenti, qualcuno parla di deturpamento, nel 1868, al
tempo del delegato straordinario Antonino Morvillo.
Comunque
sia, il legame con Cefalù e con la Sicilia di Scipio di Castro è
provato da non pochi documenti, per cui si deve considerare il suo
giudizio riportato da Sciascia come il giudizio di una persona
informata dei fatti e buon conoscitore del carattere dei Siciliani.
Se poi si aggiunge che egli, nonostante il giudizio negativo di cui
fu investito dai suoi avversari, fu un uomo intelligente e scrittore
di sensatissime lettere e di studi anche scientifici, il suo giudizio
deve quantomeno farci riflettere.
Il
punto è: dal secolo XVI a oggi il carattere dei Siciliani è
cambiato? È quello dei Cefalutani? A me sembra che la riflessione di
Scipio abbia ancora più valore di ieri. Lo dimostra ogni giorno il
comportamento del popolo, che accetta come un destino obbligato
persino il precariato, e quello dei politici, che da questo popolo
vengono eletti e si comportano con “incredibile temerarietà”.
Una temerarietà, che li spinge a decidere senza riflettere sulle
conseguenze, tanto esse ricadranno sempre sul popolo. Come accade e
ancor più accadrà a Cefalù.

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