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domenica 23 marzo 2014
martedì 18 febbraio 2014
Vogliono uccidere l'amore per il sapere
Ci risiamo, questa ottusa
classe politica tenta ancora una volta di offuscare le menti degli
Italiani, per non correre il rischio che essi possano avere strumenti
logici, da utilizzare come strumenti capaci di scoprirne la pochezza.
Vogliono decidere, questi
poveri mentecatti, di abolire lo studio della filosofia in alcune
facoltà universitarie e di ridurlo di un anno – da tre a due –
nei licei.
Già lo hanno fatto con
la geografia, con la storia, con il latino e con l'educazione civica.
Con la stessa matematica si è proceduto ad abolire ogni sforzo di
ragionamento, sviluppato con la dimostrazione dei suoi teoremi, e
pretendendo quanto più possibile soltanto lo sforzo mnemonico.
In tanti, cultori della
filosofia e spesso filosofi essi stessi, hanno protestato, nella
speranza di salvare quel poco che resta della nostra scuola. Sebbene
abbiano protestato con argomentazioni inoppugnabili, c'è il rischio
che la maggioranza creda che essi abbiano agito e agiscano in difesa
di un loro esclusivo vantaggio.
In quest'epoca di
approssimazioni e di difesa di un malinteso concetto della scienza,
infatti, sono in molti a credere che la vera cultura consista
nell'immediata effettualità del sapere che ci trasmette. In breve,
la cultura sarà utile, soltanto se potremo servircene a scopi
pratici e con applicazioni immediate.
Si dimentica, però, quel
che la storia della scienza ci insegna, anche per bocca e con
l'esempio dei grandi scienziati, ai quali dobbiamo le grandi
scoperte, che hanno reso più facile la nostra vita e meno mortali le
malattie. Se oggi voliamo da Palermo a New York in appena sette ore,
lo dobbiamo certamente al sapere scientifico; se curiamo la polmonite
e se possiamo usare questo computer, lo dobbiamo certamente al sapere
scientifico: se non siamo, cioè, ancora allo stato primitivo,
vittime di una atroce insicurezza, lo dobbiamo alla scienza e alle
sue applicazioni pratiche. Lo dobbiamo agli scienziati, che hanno
studiato la natura e per riuscirci hanno saputo applicare la loro
mente. La mente, che non è soltanto il cervello sotto il cranio, ma
la capacità di fare ipotesi; di essere, cioè, una mente filosofica.
Si pensi a Democrito ed
Epicuro, che seppero ipotizzare l'atomo, poi scoperto oltre duemila
anni dopo; si pensi a Newton e a Kant, ad Einstein e Maxwell: questi
nominati e le centinaia di scienziati non nominati furono filosofi.
Se non lo fossero stati, non avrebbero avuto una mente capace di
aiutarli nella ricerca.
Oggi che cosa si vuol
fare? Si vuole irresponsabilmente ritornare all'epoca che va dalla
caduta dell'Impero romano all'anno Mille, quando l'assenza della
filosofia rese gli uomini incapaci persino di coltivare la terra per
nutrirsi e l'igiene per difendersi dalle pestilenze.
Voglio ricordare, per
allontanarmi da riflessioni troppo erudite, un episodio della mia
fanciullezza. Ero in visita presso i miei nonni paterni in un paesino
del Messinese e là conobbi un signore, che raccontò come i suoi
genitori vollero che studiasse, perché dallo studio sarebbe derivato
non tanto un salto sociale, ma piuttosto la possibilità di essere
utile agli altri. Era ancora alle medie, dove allora si studiava il
latino, quando la madre, al suo rientro dalle vacanze, gli chiese di
riferirle quali parole latine avesse imparato, come se questo fosse
la misura dell'avanzamento culturale del figlio.
La donna, come il marito,
non aveva studiato, ma il buon senso le indicava che quel latino,
sebbene non potesse avere implicazioni pratiche, contribuiva
all'apertura mentale del figlio. Quel buon senso che sembra mancare
ai nostri politici, a meno che non vogliamo crederli tanto in
malafede, da dedurre che essi vogliono cittadini con la mente sempre
più chiusa, per trasformarli in sudditi impotenti.
Pensate per un momento
quanto sarebbe necessario questo buon senso a Cefalù!
mercoledì 18 dicembre 2013
L'aumentato divario tra ricchi e poveri
Ci fu un tempo lungo
oltre due secoli, in cui la società europea respirò un'atmosfera di
maggiore ricchezza, ma non per tutti. Anzi, soltanto per una sparuta
minoranza, che delle ricchezze ottenute grazie alle scoperte
geografiche – l'America in primis – godette i maggiori vantaggi.
Gli altri continuarono a essere poveri fino all'indigenza e il tasso
di mortalità non si abbassò: era frequente che si morisse bambini e
l'età media della popolazione non superava i quarant'anni.
Occorsero due secoli
abbondanti, perché si trovassero strategie atte a distribuire a
tutti i vantaggi della nuova
ricchezza e non soltanto alle corti reali e nei palazzi baronali.
Furono due secoli in cui aumentò lentamente la cultura, e con essa
la consapevolezza dell'uomo di essere artefice della propria vita e
del proprio futuro. L'Illuminismo scozzese di Hume, Smith e Ferguson
ne fu un esempio. Così come lo fu la crescita della scienza con
Galileo, Newton e altri, ivi comprese le sue applicazioni grazie ad
artigiani e tecnici, ai quali si devono il telaio meccanico, la
locomotiva a vapore e via di seguito.
Quindi,
non furono necessarie soltanto strategie, ma anche una crescita
culturale, che le rendesse attuabili. A mano a mano che esse si
affermarono, nacquero le produzioni di tessuti di cotone, con i quali
si vestirono anche i più poveri, perché il cotone costava meno; gli
opifici si distribuirono su tutto il territorio, perché ovunque, e
non soltanto in prossimità di fonti di energia come l'acqua, grazie
al vapore potevano essere azionati i telai e altri strumenti di
produzione; grazie allo sviluppo ferroviario anche parti internate e
prima abbandonate riuscirono a commercializzare i beni prodotti; a
poco a poco si svilupparono tecniche agricole più produttive e non
vi fu più bisogno d'impiegare manodopera numerosa, che così ebbe
modo di dedicarsi alla neo-industrializzazione.
Certo,
inizialmente ci fu sfruttamento, ma poi, grazie alla consapevolezza
della necessità della loro presenza, lo sfruttamento cedette il
passo al riconoscimento dei diritti della persona, con orari di
lavoro meno pesanti e soprattutto con la liberazione
dei bambini.
Allora
la ricchezza divenne più diffusa e diminuì il divario tra ricchi e
poveri. Anche i figli dei proletari studiarono e accrebbero la
cultura della loro classe sociale. Questa accresciuta cultura la
elevò e le diede consapevolezza del proprio valore. Anzi, finì con
il dimostrare che la vera ricchezza non consisteva nell'avere,ma
nell'essere. Essere, cioè,
menti aperte e depositari di conoscenza.
Una
nuova ricchezza si affacciava nel panorama sociale; una ricchezza
sempre più diffusa. Adesso non era più un problema di grande
divario fra ricchi e poveri, ma quello tra uomini impegnati nello
studio e uomini imbelli, adagiati sulle loro effimere ricchezze.
Questa
fu la vera rivoluzione industriale, non casualmente nata a metà del
XVIII secolo in Inghilterra, l'Inghilterra di Hume, di Smith, di
Locke. Un'Inghilterra alla quale dobbiamo la nascita della società
del benessere, che fu rallentata nell'Europa continentale da un
illuminismo diverso: quello francese, che in molte sue parti – per
fortuna non tutte – credeva di poter dominare le leggi della
natura, che dovevano sottomettersi alla ragione.
Una ragione che non ammetteva alcun limite, per cui coloro che ne
erano convinti pensavano di poter cambiare la società e se i loro
tentativi causavano povertà e persino morti, ci si difendeva dicendo
che presto si sarebbe avuto l'avvento della libertà e del principio
di a ciascuno secondo i suoi bisogni.
La vita era altrove!
Il
comunismo fu l'ultimo doloroso esempio di questo aberrante pensiero.
Un pensiero che ha avuto e ha ancora tristi conseguenze sociali e
culturali. Esso ha segnato, infatti, un ritorno al Medioevo, quando i
più morivano ancora bambini e gli altri rappresentavano la classe
ricca, ricchissima, lontana dai veri bisogni della società, troppo
abituata all'arroganza e incapace di dare il benché minimo
contributo alla società.
Discettare
oggi sui problemi della nostra società, dimenticando di guardare ai
suoi veri problemi, equivale a essere ciechi come un illuminista
francese alla Rousseau. Equivale a pensare che un sistema nato nella
nostra mente possa, se calato nella realtà, risolverne tutti i
problemi e a renderla felice.
Ma,
bisognerebbe dire a questi signori, come pensano di migliorare la
vita dei più, se questi più vengono tartassati, aumentando così il
divario che li separa dagli avvantaggiati? Come si spera di aiutare
la società sempre più povera, se si difendono i privilegi di una
casta, che è anche la
detentrice del potere di fare leggi?
Questa
casta non sta
distruggendo i vantaggi di secoli, ma per ignoranza sta distruggendo
anche se stessa. Se, infatti, la percentuale dei poveri sarà sempre
più grande, chi consumerà, se non soltanto i ricchi, sempre meno
numerosi? E i loro consumi riusciranno a essere tali da consentire di
mantenere la produzione? E se la produzione di beni diminuirà, che
fine farà il lavoro di tanti operai? Non andremo incontro a una
povertà peggiore di quella medievale, visto che a essa non siamo più
abituati come lo erano gli uomini del Medioevo?
Di
fronte a questi problemi si tace. La casta
crede, come la maggioranza sempre più disperata, che tutto potrà
essere risolto da un sempre maggiore statalismo, non accorgendosi che
proprio un eccesso di statalismo è stato la causa di questi
problemi: siamo alla psicanalisi di Freud, che è la malattia che
cura se stessa.
Forse
sarebbe ora che ognuno di noi facesse il proprio dovere non con i
lamenti, ma con il massimo della consapevolezza delle cause vere dei
problemi e senza gli infingimenti e le mistificazioni ai quali
dovremmo essere ubbidienti, come vorrebbe la casta,
che ce li propina ogni giorno. La casta
a ogni livello; i forconi
nutritisi fino a oggi alla mammella di mamma Stato;
i politici che promettono di cambiare il mondo, non precisando, però,
che vogliono cambiarlo retrocedendolo; i sindaci incapaci d'indicare
soluzioni vere e disposti a dare la colpa a mamma Stato o
ai loro predecessori; i sindacalisti che alla crescita della
ricchezza hanno anteposto la redistribuzione, dimentichi che finita
la ricchezza non si ha nulla da distribuire.
L'elenco
potrebbe continuare per lunghi capitoli, ma non servirebbe a nulla,
se non prendiamo coscienza che in questi ultimi cinquant'anni non
siamo stati derubati, con la nostra complicità, soltanto di
ricchezza materiale, ma anche di libertà, di dignità e di futuro.
È
tempo di dire basta!
martedì 10 dicembre 2013
La tirannia dei dilettanti allo sbaraglio
Vilfredo Pareto scrisse
che “la storia è un cimitero di aristocrazie”, intendendo con il
termine aristocrazia élite,
che altro non è, se non l'aristocrazia nella democrazia.
Mai
come ai nostri giorni le élite sono finite con tanta rapidità. Si
pensi alla classe dirigente democristiana, i cui rappresentanti
cambiarono quasi con cadenza annuale (Fanfani, Moro, Colombo, Rumor,
Piccoli eccetera); si pensi a quella socialista, i cui rappresentanti
cambiarono con cadenza più lunga, ma pur sempre troppo breve; quella
comunista cambiò con minore cadenza, e questo le permise di durare
più a lungo e di superare le difficoltà delle altre élite, essendo
essa più abituata a servirsi della demagogia. Tralascio le altre
élite e mi soffermo sulle loro degenerazioni: la caduta
nell'aristocrazia di un solo uomo, Berlusconi.
Se
riandiamo con la memoria alla storia politica greca, vi ritroviamo
non pochi pensatori che, riflettendo sulla ineluttabilità di questo
decadimento, distinguevano un passaggio dall'oligarchia (il governo
di pochi) alla democrazia (il governo di tutti), poi dalla democrazia
alla demagogia ( il governo dell'inganno) e infine alla tirannia (il
governo di uno).
Non
voglio portare a esempio, per dimostrare quanta verità c'è in
questa riflessione, la politica nazionale, troppo lontana dal nostro
quotidiano, e mi limito a quella locale, a quella comunale. I giovani
ne conoscono soltanto la parte di questi ultimi anni, ma coloro che
hanno la mia età hanno vissuto gli anni d'oro della democrazia,
quando fu sindaco di Cefalù Giuseppe Giardina e quando la vita
sociale ed economica del Paese era affidata a élite culturali dai
meriti indubbi.
Questa
élite era seguita da tutto il popolo e persino quelli che le si
opponevano ne avevano rispetto per le sue indiscutibili qualità.
Poi
le cose cambiarono e con esse cambiò l'élite. Prima prese campo la
corruzione e poi, quando la situazione di crisi dilagante rese
difficile la corruzione, subentrò la demagogia, finché non siamo
caduti nella tirannia. Non trovo, infatti, altro sostantivo per
definire l'attuale sindacatura Lapunzina, uscita dalle urne senza
maggioranza in Consiglio, quasi a voler sottolineare che i cittadini
non si fidavano e volevano una opposizione in grado di controllarlo.
Non
potevano prevedere, i cittadini, che avrebbe usato la situazione
disperata del Comune per convincere parte di questa opposizione ad
appoggiarlo nell'interesse della Città.
Le sue proposte, però, non erano e non sono in grado di fare il bene
della Città, per cui alcuni consiglieri, resosene conto, lo hanno
lasciato in balia di una finta maggioranza. Con il risultato che egli
è rimasto solo ad amministrare ed è stato trasformato giocoforza in
un tiranno. Soprattutto se si considerano i troppi silenzi di coloro
che dovrebbero collaborarlo.
Come
accade a tutti i tiranni, presto una sorta di delirio di onnipotenza
si è impadronito di lui, facendogli affermare spesso rispettami,
sono il Primo Cittadino
oppure che l'acqua è potabile, anzi non lo è
e persino che il dissesto finanziario non c'è
più, rimangono soltanto i debiti.
Tutte affermazioni fatte con troppa serietà, dallo stesso Sindaco e
da alcuni suoi seguaci, poco consapevoli che i cittadini li prendono
per quel che sono: esempi
di dilettanti allo sbaraglio.
Inconsapevoli, essi aumentano i rischi del Paese e preparano a se
stessi una fine ingloriosa. Andranno, come diceva Pareto, a popolare
l'ennesimo “cimitero delle aristocrazie”, non avendone, però,
incarnata neppure l'apparenza.
sabato 19 ottobre 2013
martedì 27 agosto 2013
sabato 10 agosto 2013
La "misera paga" degli amministratori
Dire che le somme pagate per gli
emolumenti degli Amministratori sono al lordo delle imposte, non
significa nulla, almeno con riferimento a ciò che i cittadini
pagano, comprendendo tale cifra tanto il netto quanto le imposte. E'
la stessa cosa che si verifica nel caso degli operai, che incassano
una busta-paga di 1.000,00/11.200,00 euro, ma costano al datore di
lavoro oltre 2.000,00 euro.
C'è una sola differenza: nel caso
dei pubblici amministratori il datore di lavoro
sono i cittadini e per cinque anni a essi non è dato licenziare, se
i dipendenti non rendono e persino se causano un danno al sistema
produttivo dell'impresa. In verità troppo spesso non osano
licenziare neanche alla scadenza dei cinque anni.
Questa
differenza comporta pure che i dipendenti-amministratori, quando
commettono errori, che causeranno, prima o poi, danni, non
risponderanno mai di essi o perché verranno alla luce quando ormai
sono fuori dalla politica attiva o perché con un po' di demagogia e
con qualche ricorso al TAR ne nasconderanno l'esistenza. Cosa non
molto difficile, se si tiene conto della grande diffusione del
rifiuto alla comprensione logica da parte dei cittadini.
Ci
sono, è vero, i bilanci, ma oggi si vogliono esautorare di
competenze e giurisdizioni coloro che li controllano – i
magistrati della Corte dei Conti – per conservare la possibilità
di scrivervi liberamente numeri figurativi
e per gestire il comune come se fosse una res nullius.
Ecco
i veri costi della politica! Se gli amministratori fossero più
attenti al possibile e all'oculatezza, forse si eviterebbero costi –
magari divenuti debiti fuori bilancio
– che causano spesso per delirio d'onnipotenza, per fedeltà a
verità ideologiche, per incompetenza e persino per un'irresistibile
amore per l'inganno, con il quale coprono come con un velo pietoso la
loro incomprensibile agitazione.
Sarei disposto
a raddoppiare gli emolumenti degli amministratori, se svolgessero
meglio il mandato, per il quale sono stati eletti. E, quindi, se i
cittadini fossero tutelati da un controllo più stringente degli
eletti, come stava per accadere, se la Corte Costituzionale non
avesse sentenziato che, perché ci fosse tale controllo, era
necessario che la Regione Sicilia recepisse prima la norma. (Un
giorno qualcuno dovrà spiegarmi perché lo Statuto, votato prima
della Costituzione, fu inserito in questa con la sola opposizione di
Luigi Einaudi)
Allora, per
concludere, questi emolumenti sono poco o molto?
Sono troppo,
se si considera che le decisioni amministrative vengono troppo spesso
prese con incompetenza e irresponsabilità – anche da parte di
funzionari-dirigenti, che percepiscono spesso un supplemento per
l'esercizio della loro incompetenza.
Sono
poco, se essi dovessero essere capaci di studiare con impegno ogni
problema del Paese e di proporre soluzioni, che non siano o la
semplice e ridicola fuga dell'attribuire al passato ogni
responsabilità o i palliativi dei circenses.
Se essi, cioè, fossero in grado di ripristinare una fede nel futuro
della società che amministrano.
Sta a voi
lettori controllare con scienza e coscienza e decidere se gli
emolumenti siano più o meno meritati.
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