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giovedì 14 luglio 2016
giovedì 26 maggio 2016
Difesa della Casta
Per rottamare la
democrazia e la libertà, ci voleva un partito “democratico”
in mano a un rottamatore. Ieri, 25 maggio 2016, è cominciato in Aula
l'esame del disegno di legge presentato dalla senatrice del PD Doris
Lo Moro. Tale disegno di legge è già stato approvato in Commissione
Giustizia al Senato e prevede un inasprimento delle pene per coloro,
giornalisti e no, che dovessero diffamare i politici locali –
sindaci, assessori e consiglieri.
Lascia
interdetti che in Commissione i rappresentanti del M5S abbiano votato
a favore, per dimenticare pochi giorni dopo come hanno votato!
Si
rimane ancora più interdetti, se si pensa che il provvedimento a
firma del Ministro NCD Enrico Costa, che prevede l'abolizione del
carcere per i giornalisti, giace dimenticato in qualche cassetto
delle scrivanie della “casta”.
Se
la sua voce avesse ascolto nel suo stesso partito, potrebbe
sospettarsi che ci sia lo zampino di Lapunzina.
sabato 20 giugno 2015
Ancora grazie, Sindaco!
Due giorni fa ho concluso
un mio intervento (http://www.qualecefalu.it/node/17278)
con un grazie di tutto, Sindaco!
Lo ringraziavo per il regalo di ben tre commissari, che
rappresentavano non solo la prova che egli non si era dimostrato buon
amministratore, ma anche la perdita di ogni autonomia del nostro
Comune. Per dirla con una metafora, la nomina dei commissari equivale
all'intrusione in casa nostra di qualcuno che ordina la disposizione
dei mobili e persino la lista di quel che ci è lecito mangiare.
Nello stesso giorno il Sindaco, sollecitato da una interrogazione
consiliare, scriveva ai Sindaci dei Comuni di Castelbuono, Collesano,
Campofelice di Roccella, Gratteri, Isnello, Lascari, Pollina, San
Mauro Castelverde e Scillato, per sollecitarli a dare la loro
disponibilità a contribuire alle spese relative all'Ufficio del
Giudice di Pace. Tutto ciò ad appena un mese dalla scadenza imposta
dal Governo per aderire alla deroga.
Il nostro Sindaco crede che in trenta giorni i suoi omologhi potranno
riunire i loro Consigli e ottenere da essi una delibera di assenso
alla richiesta del Sindaco di Cefalù. Il crederlo, però, non basta
a cambiare un fatto possibile in probabile.
Comunque, diamo per probabile che tutto si concluda entro il termine.
È lecito chiedersi, però, perché l'invito del nostro Sindaco è
partito soltanto trenta giorni prima della scadenza, sebbene la norma
abbia la veneranda età di quattro mesi? Come mai non ci si è
pensato in tempo utile?
Sono domande, alle quali un sindaco buon amministratore e rispettoso
dei diritti dei cittadini dovrebbe rispondere. Temo, però, che il
nostro non ne abbia gli argomenti.
E allora, che cosa dovrebbe fare per non far correre alla Città il
rischio di perdere questa ultima occasione, per conservare la
presenza di un Giudice di Pace? Basterebbe che egli non aspettasse
l'adesione degli altri Comuni, che potrebbero aderire in seguito, e
desse invece l'adesione del nostro Comune soltanto, come la norma
concede.
Io non so se il Sindaco Lapunzina conosce bene la storia di Cefalù,
ma vorrei ricordargli che Cefalù fu sede di pretura, finché queste
esistettero. Anche in periodo borbonico a Cefalù esistevano uffici
giudiziari. Anzi, proprio in quel periodo il re, titolare del
diritto, era rappresentato anche da alcuni nobili, ai quali i
viaggiatori potevano rivolgersi, come se si trattasse del Tribunale
del Re. Le case e le ville di questi nobili, perché le si
riconoscesse a distanza, avevano al loro interno un'alta palma
visibile a lunga distanza.
Allora
non c'era il punteruolo rosso,
ma non c'era neppure il sindaco Lapunzina e neppure il PD. Allora
c'era soltanto un Re, spesso poco liberale, ma preoccupato del bene
dei suoi sudditi, perché sapeva che anche il suo potere assoluto
aveva un limite, come avevano dimostrato la Magna
Charta
in Inghilterra e la Rivoluzione
in Francia.
Oggi, invece, i nostri amministratori si comportano come il
punteruolo rosso con le palme e fanno morire la palma simbolica del
diritto e tutti gli uffici a esso collegati.
Il
nostro Sindaco lo fa con maggiore astuzia: coinvolge
gli altri Sindaci, per poter dire che è loro la colpa della perdita.
Lo fa, premunendosi di un capro espiatorio, visto che il passato non
gliel'ha dato per tempo. Questa sì che è abilità amministrativa,
per la quale è giusto che ripeta: grazie
di tutto, Sindaco!
domenica 7 giugno 2015
L'immigrazione e i suoi pericoli
Né l'Italia né l'Europa
hanno dimostrato, fino a oggi, grande intelligenza del fenomeno
emigrazione e di quelli che
gli fanno da corollario.
L'Italia
crede che di fronte alla continua invasione non ci si deve mostrare
razzisti e rimane quasi inerte, fomentando quasi un odio razziale da
parte di coloro che mai si sarebbero sognato di essere razzisti, ma
che lo sono diventati quasi per difendere la loro cultura, quando non
la stessa loro vita.
Questi
razzisti, frutto della
nostra cattiva politica e del malaffare con cui si governa il
fenomeno, non hanno un giudizio negativo del colore della pelle o
della povertà di questi poveri migranti, spesso in fuga per la vita,
ma del fatto che il Governo e lo Stato in genere non sanno imporre il
rispetto delle civili norme di convivenza. Inconsciamente sanno che
questo rispetto delle regole non hanno saputo imporlo agli stessi
Italiani, che per fortuna ancora in gran numero vi si attengono per
l'educazione ricevuta fin da piccoli, ma che comincia a traballare,
quando si rendono conto che i primi a non rispettare tali norme sono
proprio coloro che prima le hanno approvate e adesso le calpestano,
com'è accaduto a Roma, a Milano o a Venezia, dove gli episodi di
delinquenza politica e burocratica hanno portato a numerosi arresti
anche di politici di spicco. Questa osservazione li fa considerare
come orfani della politica, che dovrebbe essere l'arte di fare il
bene del popolo, e li fa sentire come privi di un riferimento
politico, spingendoli per adesso a protestare, ma presto si
sentiranno in diritto di difendersi da se stessi.
Quando
ciò accadrà – e non ci vorrà molto tempo – lo Stato italiano
sarà soltanto un fantasma e l'anarchia regnerà sovrana in Italia.
Di
contro, l'Europa, incapace di vedere in questo fenomeno
dell'immigrazione un pericolo per se stessa, pensa ancora come
nell'Ottocento e rimane legata ai suoi interessi nazionalistici. Non
è capace, in questo particolare momento, di mostrare quell'unità
politica, che ne farebbe una forza da rispettare. L'Europa, in poche
parole, è in questo momento un'imbelle Italia un po' più grande.
Attaccata
ai piccoli interessi economici, sta indebolendosi, cercando di
riequilibrare i singoli debiti pubblici, non accorgendosi che in
questo modo ottiene un equilibrio verso il basso, perché la sua
insana politica ha distrutto e ancora distrugge ricchezza e posti di
lavoro.
Così
facendo, la stessa immigrazione sarà destinata a diventare soltanto
una ulteriore destabilizzazione sociale, ma finirà anche con il
funzionare da acceleratore della crisi europea, con il Continente
culla della civiltà trasformato in un cartello commerciale, incapace
di crescere, perché sempre più oberato di imposte altissime, che ne
minano la forza economica.
Sono
convinto che, se nei prossimi mesi – e non anni – l'Italia e
l'Europa rimarranno ancora all'attuale esempio di politica indecisa,
senza strategia e senza volontà unitaria, per esse non si prepara un
grande futuro, anzi, per esse non vi sarà più un futuro e l'Europa
sarà solamente un'appendice del Continente asiatico. Già gli
investimenti cinesi in Europa e in Italia ne sono il primo segno
allarmante.
Tornerà
la ragione in Italia e in Europa? Ne dubito.
mercoledì 3 giugno 2015
Diocleziano e Renzi: la nuova caduta d'una civiltà
Io non so come e quale
storia s'insegna nelle nostre scuole, per non dire delle altre
materie, ma tante posizioni dei giorni nostri indicano che comunque
dalla magistra vitae s'è
imparato così poco, che ormai ogni giorno di più si ripetono molti
errori commessi in passato; si ripetono come se di essi non se ne
avesse conoscenza alcuna. E quando se ne ha conoscenza, essa non
comprende il vero significato delle scelte del passato e le
conseguenze negative, che ne sono derivate.
Questa
situazione ha determinato una vera e propria palude intellettuale e
morale, nella quale sguazzano come ranocchi i politici e i burocrati,
i cui proclami, scritti o parlati, somigliano al gracidare
incomprensibile delle rane.
È
la prima volta che ciò accade nella storia umana? Non direi. Se si
guarda anche al lontano passato, ecco venire alla luce un momento
storico simile all'attuale. Si tratta del momento storico della
grande crisi, che precedette la caduta dell'Impero romano. Il momento
storico in cui, dopo lotte civili e crisi economiche, arriva al
soglio imperiale Diocleziano.
Egli arrivò in mezzo a
una palude intellettuale e morale simile all'attuale. Come Renzi,
s'incaricò di riorganizzare la società con grande vigore.
Sfortunatamente, il suo zelo superò la sua comprensione delle forze
economiche in gioco nell’impero. Non comprese, anch'egli dimentico
di quanto era accaduto nella storia greca secoli prima, che con la
moneta di uno stato non si può giocare, per far tornare i conti. La
moneta ha il valore che i cittadini le riconoscono per i vantaggi che
dà loro. Invece, come si fa oggi con l'euro, egli decise di
mantenerla sopravvalutata.
La ragione principale per
la sopravvalutazione del valore della moneta era, ovviamente,
funzionale al mantenimento di una grande armata ed una estesa
burocrazia – l’equivalente di un governo moderno. Ogni provincia
dell'impero aveva la sua burocrazia, che insieme a quella romana
succhiava il sangue dei cittadini.
Diocleziano decise, come
accadde con Berlusconi e come oggi accade con Renzi, che la
deflazione, ottenuta riducendo i costi civili e militari del governo,
era impossibile. Era impossibile allora ed è impossibile oggi. La
sola differenza tra allora e oggi consiste nel fatto che l'Italia non
è l'Impero, ma la provincia dell'impero europeo, per cui Renzi, come
un antico governatore di una provincia romana, può dire che così
vuole l'imperatore, nel nostro
caso l'imperatrice Merkel. Egli, quindi, ha messo in moto una sequela
di imposte, pur di non diminuire le spese dello Stato, che mantiene
con alti emolumenti e vitalizi i suoi parassiti. E se il cittadino
non può pagare le troppe imposte? Qui Renzi e i politici dimostrano
di avere imparato bene la lezione di Diocleziano, che in un suo
decreto così si esprime: “si considererà colpevole
anche chi, possedendo abbastanza beni per il vitto e l’utilizzo,
abbia deciso di ritirarli dal mercato, poiché la pena [ovvero la
morte] meriterebbe di essere più severa per chi causa la penuria che
non per chi se ne approfitta contro le leggi.”
Esattamente la stessa
cosa che è accaduta e ancora accade con Renzi. E il decreto di
Diocleziano, credetemi, è scritto in un latino, che somiglia tanto
al pessimo italiano, in cui sono scritte le leggi e le circolari
odierne.
Nessuno dice ai politici
di oggi che l'epoca di Diocleziano fu seguita prima dalla spaccatura
dell'impero e poi, poco più di un secolo dopo, dalla sua caduta. E
nessuno dice a questi piccoli ignoranti che un secolo di allora
potrebbe contrarsi oggi, grazie alla velocità di comunicazione, ad
appena un decennio, dopodiché finirebbe anche l'Italia come finì
l'Impero romano.
martedì 26 maggio 2015
Una violenza "mai creatrice di cosa alcuna"
Quasi tutto il '900 fu
attraversato dal pensiero di Benedetto Croce. È ancora ricordato
fuori d'Italia, ma non più in Italia. In quell'Italia per la quale
rappresentò, nel triste Ventennio fascista, una vera e propria luce
di libertà. Una luce così forte, che raggiungeva le menti di tutto
il Pianeta, al punto che lo stesso Mussolini, consapevole del danno,
che ne sarebbe derivato alla sua immagine, non osò mai mostrare nei
suoi confronti intolleranza e sopportò che la sua rivista La
Critica vivesse tranquilla,
sebbene spesso vi apparissero scritti critici sul Fascismo.
Dai
libri di Croce imparai ad amare la libertà e m'incuriosii di arte e
di estetica. Questa curiosità e quell'apprendimento oggi mi
costringono a rileggere le sue pagine, ma con la lentezza dovuta alle
obbligate riflessioni suscitate da quel possente pensiero.
Certo,
il Croce, che lessi e studiai in gioventù, oggi mi si presenta in
molte parti non condivisibile, ma non per questo Egli ha perso il suo
fascino. Il fascino che ti lascia il sapore di una tua crescita
morale, prima ancora che intellettuale. Sì, morale, perché Croce fu
un alfiere di leggi morali, così dimenticate nei nostri giorni.
Tanto dimenticate, da aver lasciato spazio alle agitazioni prive, in
chi le compie, di ogni beneficio del dubbio. Sembra di essere tornati
al V secolo avanti Cristo, quando ad Atene i sofisti insegnavano ai
politici del tempo ad ingannare con la parola e a nascondere, con
essa, le loro responsabilità.
Proprio
in questi giorni, leggendo La storia come pensiero e come
azione, mi sono imbattuto in
questa frase: “La violenza non è forza, ma debolezza, né
mai può essere creatrice di cosa alcuna, ma soltanto
distruggitrice”. La frase si
trova nel VI capitolo del libro, non a caso intitolato: Forza
e violenza, ragione e impulso.
La
frase mi ha colpito più di quanto mi avesse colpito quando la lessi
la prima volta. Non perché il concetto mi giungeva nuovo, ma perché
esso mi aiutava a spiegare molti fatti della cronaca politica
odierna. E quando dico odierna, mi riferisco agli ultimi vent'anni,
agli anni della cosiddetta seconda Repubblica. La Repubblica
concepita nel letto sporco della corruzione, ma mai nata, perché
essa ha finito con l'essere un aborto, nato dall'incrocio tra la
violenza del populismo e la paura di perdere i propri privilegi.
Questa
politica, questo
aborto, non ha creato cosa alcuna, ma ha soltanto
distrutto, come diceva Croce. Ha
distrutto non soltanto il presente, ma anche la speranza nel futuro.
Ecco perché la forza dei giovani non è più diretta dalla ragione,
ma dall'impulso, e si esprime con la violenza. Con la violenza i
giovani credono di combattere a Milano un'espressione del capitalismo
e non si accorgono che l'expo non è capitalismo, ma l'espressione
del più bieco statalismo. Credono, più o meno in buonafede, che la
loro disoccupazione sia figlia del profitto
e non dell'assenza di profitto imprenditoriale. Se il profitto
imprenditoriale non fosse ormai rapinato con la violenza da una
tassazione esageratamente grande, esso accrescerebbe la produzione, i
consumi e i posti di lavoro.
A
questa violenza dei giovani e dei poveri, la politica oppone la
propria violenza, volta non a garantire la Giustizia, ma la
conservazione della propria ingiustizia e del proprio tornaconto. La
paura di perdere i propri privilegi spinge i politici alla
mistificazione e alla violenza per difendersi.
Quanto
potrà durare ancora uno Stato senza ragione,
in cui tutti agiscono spinti da un impulso senza riflessione? Credo
molto poco e anche se questo non è più il tempo delle rivoluzioni,
la decadenza somiglia troppo a quella dell'ultimo Impero Romano, che
crollò non per una rivoluzione, ma per la debolezza delle sue
istituzioni, che prima lasciarono sparire ogni grandezza morale e
ogni disciplina del popolo romano e poi cedettero di fronte ai
barbari, che almeno una loro morale l'avevano: quella della forza
fisica come espressione di eroismo. Noi, invece, abbiamo perso ogni
capacità di eroismo e cediamo ogni giorno di fronte ai nuovi
barbari, che nella sponda africana sono in attesa d'invaderci e di
darci un esempio di violenza, dalla quale non potremo non essere
sopraffatti.
sabato 14 marzo 2015
Su Draghi e la sua politica economica
A fine gennaio di
quest'anno criticavo la scelta di Draghi sul cosiddetto quantitative
easing. Riporto il link:
http://www.qualecefalu.it/node/16161.
Oggi
vorrei tornarci su e approfondire ancor più le mie riflessioni.
L'approfondimento è ancora più necessario, perché da più parti a
questo tipo di politica monetaria si dà, erroneamente, il nome di
neoliberismo e la si
spaccia per politica in favore del libero mercato.
Nulla
di più falso. Non ci troviamo di fronte a una politica liberale o
liberista e neppure di fronte a una difesa del libero mercato.
Se
una etichetta vogliamo dare alla politica economica di Draghi,
dobbiamo tornare indietro, al secolo XVII, quando nacque il
cosiddetto mercantilismo,
che regnò sovrano in Francia fino alla Rivoluzione, ma che non
attecchì in Inghilterra, che proprio grazie a questo rifiuto ebbe
una crescita economica straordinaria, la crescita della Rivoluzione
Industriale.
“Come il capitale di un singolo individuo può essere aumentato
soltanto da
quello che egli risparmia dal suo reddito annuo…così anche il capitale dell’intera società, che si identifica col capitale di tutti gli individui che la compongono, può essere aumentato solo in questo modo. La parsimonia, e non l’operosità, è la causa immediata dell’accumulazione del capitale…qualunque cosa l’operosità possa procurarsi, se la parsimonia non la risparmiasse e non la accantonasse, il capitale non crescerebbe mai” dice Adam Smith. Tutto ciò perché per Smith la moneta è soltanto uno strumento, per favorire la circolazione dei prodotti.
quello che egli risparmia dal suo reddito annuo…così anche il capitale dell’intera società, che si identifica col capitale di tutti gli individui che la compongono, può essere aumentato solo in questo modo. La parsimonia, e non l’operosità, è la causa immediata dell’accumulazione del capitale…qualunque cosa l’operosità possa procurarsi, se la parsimonia non la risparmiasse e non la accantonasse, il capitale non crescerebbe mai” dice Adam Smith. Tutto ciò perché per Smith la moneta è soltanto uno strumento, per favorire la circolazione dei prodotti.
Di
idea diversa erano i mercantilisti e ancora lo sono Draghi e i
banchieri. Essi confondono la moneta con il capitale. Se io sono un
agricoltore, uso la sementa (il capitale) per produrre grano e, prima
di venderlo, ne accantonerò una parte per la semina successiva.
Questa parte sarà maggiore se io sarò stato parsimonioso e avrò
investito nella sementa (capitale) ciò che ho risparmiato. È
evidente che, così facendo, aumenterò la ricchezza. Lo stesso non
accadrebbe, se io confondessi la produzione e la parsimonia con la
moneta. Essa è e resta soltanto il valore nominale della sementa e
del grano e sarei uno stupido se considerassi ricchezza la moneta,
sostituendola alla produzione.
Quel
che sta facendo Draghi è proprio questo. Egli dovrebbe sapere,
perché l'Italia ne ha dato esempio per lungo tempo, quando queste
pratiche interventiste aumentarono la legislazione, rendendola
farraginosa e dalla quale si facevano dipendere i sussidi pubblici,
che venivano alimentati da una sempre maggiore tassazione e
dall'inflazione. Oggi questo interventismo a molti sembra normale,
perché da un quarantennio siamo stati abituati a vederlo normale.
Se, però, pensiamo per un attimo alla storia, ci rendiamo subito
conto che l'operazione di Draghi è identica a quella dei
mercantilisti del secolo XVII. Oggi sappiamo come finì.
Speriamo
per questa povera Italia, dove troppo spesso si dà nobiltà di
scienza alle chiacchiere. E speriamo che i cittadini sappiano non
farsi trarre in inganno dai politici, che sono di idea diversa e
considerano la parsimonia obbligatoria per i cittadini, ma non per se
stessi, che sulla parsimonia degli altri ricavano le loro ricche,
seppure immeritate, prebende.
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