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martedì 26 luglio 2016

Credo che oggi a Cefalù sia indispensabile dichiarare non il caso di calamità naturale, ma quello di banalità naturale, almeno a sentire le frequenti dichiarazioni dei nostri Amministratori e, soprattutto, le loro azioni politico-amministrative.
Intanto, sembra che ormai essi abbiano abdicato alle loro funzioni istituzionali, per demandarle alla giustizia amministrativa o civile. Se, infatti, dovessimo contare i ricorsi presentati al TAR, al CGA, alla Corte dei Conti e in tutte le sedi scelte anche maldestramente, perché incompetenti o senza giurisdizione, l'elenco sarebbe lungo e noioso, ma persino doloroso per le sconfitte che in tanti casi hanno accompagnato i ricorsi fatti o subiti.
Le conseguenze non sono di poco conto. La funzione della politica è quella, ben diversa da quella dei tribunali, di dare spazio al compromesso nell'interesse della comunità dei cittadini. E il compromesso non potrà mai raggiungersi con il muro contro muro, per cui si finisce con il creare danni ai cittadini con la banale giustificazione che esso è la conseguenza dell'intenzione di far loro il bene, che non si è raggiunto per colpe di decisioni del passato.
Ancor più banale della giustificazione c'è l'interpretazione, che spesso viene data delle leggi e delle norme, in forza delle quali si ricorre ai tribunali. Su quanto quelle interpretazioni si siano dimostrate inconsistenti o errate, ne hanno dato prova diverse sentenze, per cui non torno a parlarne.
Questo per quanto riguarda il coinvolgimento dei tribunali. Altre banalità hanno riguardato e riguardano l'attività amministrativa in senso stretto. Questa Amministrazione, infatti, si attiene al principio enunciato da un esponente del PD, Fausto Raciti, “di deresponsabilizzazione della politica attraverso i tecnici.”. Questo principio supera ogni banalità immaginabile. In democrazia gli elettori vengono in questo modo defraudati del loro potere di controllo e di giudizio dell'operato di coloro che hanno eletto a rappresentarli. Infatti, se ogni responsabilità è dei tecnici, si presentano non pochi problemi. Innanzitutto, come togliere la propria fiducia a chi non si è mai data, visto che i tecnici sono stati nominati dai politici? Chi garantisce al cittadino che il politico, che li ha nominati, non usi la sua influenza per far fare loro cose che per scienza ritengono sbagliate? E se il tecnico dovesse opporsi, chi gli garantisce di poter godere della fiducia del politico, che lo ha scelto? Anche quando il tecnico è un burocrate, potrà mai sottrarsi alla volontà del politico? E, infine, la scelta fatta da un politico impreparato a capire la preparazione del tecnico – dal legale all'ingegnere – non potrebbe essere sbagliata?
Però, secondo la legge approvata pro domo sua dai politici, ogni responsabilità, anche penale, è dei tecnici e dei burocrati, di questi pigmei responsabili di un elefante, come qualcuno li ha definiti.
Di fronte all'elefante burocrazia i cittadini sono inermi, visto che coloro che hanno scelto per rappresentarli e per rappresentarne gli interessi si auto-deresponsabilizzano, creando ad hoc un capro espiatorio nei burocrati.
Tutto ciò non è originale, ma banale. Per conseguenza, anche l'attività amministrativa di Cefalù, attenendosi a quanto sviluppato finora, non ha nulla di originale rispetto a quella passata, che accusa delle peggiori nefandezze, ma è banalmente uguale a essa: incompetente e dannosa.

domenica 24 luglio 2016

Odissea siciliana

La scrittrice americana Francine Prose ha scritto nel suo splendido libro Odissea siciliana le seguenti due riflessioni, ispiratele da un suo viaggio-inchiesta in Sicilia: “L'intera storia d'Italia - e gran parte di quella Europea - sembra concentrarsi in questa terra singolare e affascinante” è la prima; l'altra è: “È facile essere felici in Sicilia, ma è un’operazione che richiede un adattamento biologico oltre che culturale: bisogna imparare a vivere il tempo alla maniera siciliana.”.
Non è difficile concordare sulla prima affermazione, non tanto perché ci inorgoglisce e stuzzica la nostra vanità, quanto piuttosto perché dalle tombe fenicie ai templi e ai teatri greci, dagli esempi di arte bizantina a quella normanna, è tutto un esempio di tale concentrazione di storia, che è non soltanto l'alba della storia italiana ed europea, ma anche di tutta la storia occidentale, senza la quale anche quella orientale, pur grande, non avrebbe avuto lo sviluppo che la rende oggi in grado di rivaleggiare con quella occidentale. Questa è la Sicilia! A dimenticarlo sono purtroppo i Siciliani stessi.
La seconda riflessione ci viene in aiuto per capire perché accade che i Siciliani soffrano di questa amnesia del loro orgoglioso passato. Essa, infatti, ci indica che noi siciliani viviamo il tempo a modo nostro. Viviamo senza fretta e consideriamo il tempo passato come già morto, quindi incapace di farci riflettere sulle esperienze del passato, per trarne insegnamento. Questo modo di vivere il passato ci rende più simili a bambini spensierati, invece che a uomini maturi.
Non pensiamo neppure a costruire un futuro, convinti che esso sarà come il destino vorrà e non come noi dovremmo e potremmo costruirlo. Per conseguenza viviamo lo stesso presente con disattenzione e improvvisando, convinti che esso non ci serve per creare il futuro.
Cefalù è una città della Sicilia e i suoi abitanti, orgogliosi della loro cefalutanità, sono pur sempre siciliani. Lo dimostra anche il loro modo di vivere il tempo. Non daranno mai, per esempio, un orario preciso per un appuntamento, ma diranno “ci si vede verso le..”, che potranno essere qualunque ora dopo quell'ora e forse mai; sono pronti a dimenticare non soltanto il lontano passato, quand'anche fosse glorioso, ma anche quello recente; sono così dimentichi di questo passato recente, da ridare fiducia a quei candidati, che per cinque anni hanno aspramente criticato.
Da questa maniera siciliana di vivere il tempo sono derivati tanti problemi, che infine sono sfociati nella triste situazione attuale della Sicilia e di Cefalù. Non essendo artefici del loro futuro, essi ormai da anni si affidano ai politici, che a ogni tornata elettorale ne promettono uno radioso, che però si riduce a essere soltanto il loro ricco e immeritato avvenire. Agli altri, invece, viene riservato un futuro di stenti. E più i cittadini vivono fra gli stenti, più sono clienti in mano ai politici. Politici, che si sono inventati il lavoro precario, che altro non è, se non un precario presente senza futuro. Questo è stato possibile soltanto perché i Siciliani hanno il loro strano modo di vivere il tempo; un modo di pensare soltanto all'oggi e a non preoccuparsi del domani. Non per nulla, in Sicilia regna incontrastato l'adagio: pensa a oggi, a domani pensa Dio.

giovedì 26 maggio 2016

Difesa della Casta

Per rottamare la democrazia e la libertà, ci voleva un partito “democratico” in mano a un rottamatore. Ieri, 25 maggio 2016, è cominciato in Aula l'esame del disegno di legge presentato dalla senatrice del PD Doris Lo Moro. Tale disegno di legge è già stato approvato in Commissione Giustizia al Senato e prevede un inasprimento delle pene per coloro, giornalisti e no, che dovessero diffamare i politici locali – sindaci, assessori e consiglieri.
Lascia interdetti che in Commissione i rappresentanti del M5S abbiano votato a favore, per dimenticare pochi giorni dopo come hanno votato!
Si rimane ancora più interdetti, se si pensa che il provvedimento a firma del Ministro NCD Enrico Costa, che prevede l'abolizione del carcere per i giornalisti, giace dimenticato in qualche cassetto delle scrivanie della “casta”.
Se la sua voce avesse ascolto nel suo stesso partito, potrebbe sospettarsi che ci sia lo zampino di Lapunzina.