La scrittrice americana
Francine Prose ha scritto nel suo splendido libro Odissea
siciliana le seguenti due
riflessioni, ispiratele da un suo viaggio-inchiesta in Sicilia:
“L'intera storia d'Italia - e gran parte di quella
Europea - sembra concentrarsi in questa terra singolare e
affascinante” è la prima;
l'altra è: “È facile essere felici in Sicilia, ma è
un’operazione che richiede un adattamento biologico oltre che
culturale: bisogna imparare a vivere il tempo alla maniera
siciliana.”.
Non
è difficile concordare sulla prima affermazione, non tanto perché
ci inorgoglisce e stuzzica la nostra vanità, quanto piuttosto perché
dalle tombe fenicie ai templi e ai teatri greci, dagli esempi di arte
bizantina a quella normanna, è tutto un esempio di tale
concentrazione di storia, che è non soltanto l'alba della storia
italiana ed europea, ma anche di tutta la storia occidentale, senza
la quale anche quella orientale, pur grande, non avrebbe avuto lo
sviluppo che la rende oggi in grado di rivaleggiare con quella
occidentale. Questa è la Sicilia! A dimenticarlo sono purtroppo i
Siciliani stessi.
La
seconda riflessione ci viene in aiuto per capire perché accade che i
Siciliani soffrano di questa amnesia del loro orgoglioso passato.
Essa, infatti, ci indica che noi siciliani viviamo il tempo a modo
nostro. Viviamo senza fretta e consideriamo il tempo passato come già
morto, quindi incapace di farci riflettere sulle esperienze del
passato, per trarne insegnamento. Questo modo di vivere il passato ci
rende più simili a bambini spensierati, invece che a uomini maturi.
Non
pensiamo neppure a costruire un futuro, convinti che esso sarà come
il destino vorrà e non come noi dovremmo e potremmo costruirlo. Per
conseguenza viviamo lo stesso presente con disattenzione e
improvvisando, convinti che esso non ci serve per creare il futuro.
Cefalù
è una città della Sicilia e i suoi abitanti, orgogliosi della loro
cefalutanità, sono pur sempre siciliani. Lo dimostra anche il loro
modo di vivere il tempo. Non daranno mai, per esempio, un orario
preciso per un appuntamento, ma diranno “ci si vede verso le..”,
che potranno essere qualunque ora dopo quell'ora e forse mai; sono
pronti a dimenticare non soltanto il lontano passato, quand'anche
fosse glorioso, ma anche quello recente; sono così dimentichi di
questo passato recente, da ridare fiducia a quei candidati, che per
cinque anni hanno aspramente criticato.
Da
questa maniera siciliana di vivere il tempo sono derivati tanti
problemi, che infine sono sfociati nella triste situazione attuale
della Sicilia e di Cefalù. Non essendo artefici del loro futuro,
essi ormai da anni si affidano ai politici, che a ogni tornata
elettorale ne promettono uno radioso, che però si riduce a essere
soltanto il loro ricco e immeritato avvenire. Agli altri, invece,
viene riservato un futuro di stenti. E più i cittadini vivono fra
gli stenti, più sono clienti
in mano ai politici. Politici, che si sono inventati il
lavoro precario,
che altro non è, se non un precario presente senza futuro. Questo è
stato possibile soltanto perché i Siciliani hanno il loro strano
modo di vivere il tempo; un modo di pensare soltanto all'oggi e a non
preoccuparsi del domani. Non per nulla, in Sicilia regna
incontrastato l'adagio: pensa a oggi, a domani
pensa Dio.

Nessun commento:
Posta un commento