Gli
attentati, che hanno colpito e che forse ancora colpiranno l'Europa,
hanno fatto perdere la fiducia dei cittadini verso i loro governanti.
Per di più ogni episodio terroristico li angoscia oltre ogni dire.
In
questa situazione tutti a dire che bisogna fare qualcosa, ma
dalla politica, che si ostina a dirsi amica dei cittadini e di essere
la loro amministratrice e la loro rappresentante, non
vengono né proposte strategiche né aiuto di vario genere, ma
soltanto chiacchiere.
Cresce così ogni
giorno quel sentire venato di angoscia e nutrito dall’impotenza che
ormai si sente spirare un po’ dappertutto in Europa. Il sentimento
della nostra decadenza, di una vera e propria crisi di civiltà.
Nutrito potentemente dall’idea — o forse bisognerebbe dire dalla
consapevolezza? — che una lunga fase felice della nostra storia si
è chiusa per sempre e che ne è iniziata una di segno contrario:
caratterizzata dalla dissoluzione dei precedenti equilibri mondiali
favorevoli, dalla progressiva perdita da parte delle nostre società
di una messe vastissima di opportunità preziose, dal subitaneo
tramonto di convinzioni, di abitudini, di modelli di relazioni
interpersonali più che degni e per l’innanzi radicatissimi.
Sempre più andiamo familiarizzandoci con l’idea
di vivere un’epoca di sconfitta e di ripiegamento, di declino. Che
non a caso è innanzi tutto un inquietante declino demografico: come
se ci stesse venendo meno perfino la volontà biologica di avere un
futuro. Qualcosa, insomma, che assomiglia, come ho spesso detto, a
una vera e propria complessiva crisi di civiltà.
Dalla caduta del muro di Berlino e dalla fine
dell'URSS la storia non soltanto non si è fermata, come qualcuno
voleva farci credere, ma ha camminato più velocemente, quasi
impetuosamente. A chi ha la mia età, il mondo appare assai diverso
da un tempo; più diverso e più insicuro.
Nel campo economico e sociale, poi, da almeno
trent'anni la crescita è debole e i salari molto spesso non sono
sufficienti persino a sfamare le famiglie dei lavoratori. Avanza la
povertà con un ritmo straordinario e aumentano le diseguaglianze. La
politica, di fronte a tutto ciò, si mostra incapace di capire e di
proporre soluzioni. Il suo fallimento rende i cittadini sconvolti, al
punto di convincersi che le colpe sono della finanza, del
capitalismo, del liberalismo, non rendendosi conto che proprio
finanza e capitalismo sono stati le vittime dell'incompetenza
politica, che però ha preteso d'ingerirsi sempre più con un
massiccio statalismo.
Anche il quadro ideale cui eravamo abituati,
l’insieme dei valori e delle istituzioni deputati a incarnarli e
preservarli, gli orizzonti culturali che ci erano consueti, appaiono
sconvolti e in buona parte annichiliti. La pervasività dei media
elettronici, con il conseguente declino della scrittura; la perdita
di capacità formativa da parte dell’istruzione scolastica, non più
custode come un tempo di alcun legame con il passato; infine la
secolarizzazione, intrecciata a un sempre crescente individualismo
frantumatore di ogni legame a cominciare da quello familiare: sono
questi fattori che disegnano un orizzonte in cui una parte non
piccola (forse maggioritaria) della popolazione dell’Occidente
euro-americano fatica sempre di più a riconoscersi. Accade, tra
l’altro, che una popolazione sempre più composta di anziani —
quindi per forza di cose legata a costumi antichi — sia sospinta
invece, inesorabilmente quanto paradossalmente, verso abitudini,
valori, modelli di rapporti umani e stili di vita nuovi, nuovissimi
(penso ad esempio a quanto sta accadendo nella sfera della vita
sessuale) per essa inediti ed estranei, i quali richiedono un
adattamento e un abbandono del proprio retaggio personale spesso
penosi, non poche volte impossibili. Chi può dire il senso di
frattura, di spaesamento, che tutto questo produce? Il malessere, che
scava come un tarlo nello spirito pubblico, e magari è destinato a
toccare livelli esplosivi quando vi si aggiunge con il fenomeno
dell’immigrazione l’arrivo di genti sconosciute? È un senso di
frattura rispetto al passato, di spaesamento, di non essere più
padroni in casa propria, che confluisce e a propria volta alimenta
l’impressione di perdita, di declino e di crisi di cui dicevo
prima. Come se la storia, dopo avere per tanto tempo lavorato a
nostro favore, lavorasse ormai contro di noi.
Nasce da tutto ciò la difficoltà psicologica di
credere nel futuro o di progettarne la costruzione. Perché siamo
ormai società vecchie e senza energie.
È in questo modo che si è creata in molti l’idea
di un incombente destino di decadenza, di una crisi di civiltà.
Un’idea alla quale ha dato un contributo decisivo — io credo, e
lo dico sapendo di dire qualcosa che a certe orecchie suona blasfemo
— il constatare, da parte della gente comune, dell’uomo della
strada, come stessero progressivamente scomparendo dall’orizzonte
del pensiero politico dell’Occidente e dalla sua azione concreta,
ambiti ideali, dimensioni e modalità pratiche, che non solo ne
avevano caratterizzato la secolare esistenza, ma ne avevano altresì
assicurato un successo così rilevante.
È stata per gran parte l’opera di élite
superficialmente progressiste, di debolissima cultura storica e
politica, succubi delle mode, le quali hanno così creato un vuoto
culturale e sociale enorme. Quel vuoto che da tempo forze
torbidamente eterogenee hanno facilità a cercare di riempire con le
loro ricette il più delle volte improbabili, ma dalla presa emotiva
potenzialmente sempre più forte.

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