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venerdì 29 luglio 2016

La decadenza culturale dell'Europa.

Gli attentati, che hanno colpito e che forse ancora colpiranno l'Europa, hanno fatto perdere la fiducia dei cittadini verso i loro governanti. Per di più ogni episodio terroristico li angoscia oltre ogni dire.
In questa situazione tutti a dire che bisogna fare qualcosa, ma dalla politica, che si ostina a dirsi amica dei cittadini e di essere la loro amministratrice e la loro rappresentante, non vengono né proposte strategiche né aiuto di vario genere, ma soltanto chiacchiere.
Cresce così ogni giorno quel sentire venato di angoscia e nutrito dall’impotenza che ormai si sente spirare un po’ dappertutto in Europa. Il sentimento della nostra decadenza, di una vera e propria crisi di civiltà. Nutrito potentemente dall’idea — o forse bisognerebbe dire dalla consapevolezza? — che una lunga fase felice della nostra storia si è chiusa per sempre e che ne è iniziata una di segno contrario: caratterizzata dalla dissoluzione dei precedenti equilibri mondiali favorevoli, dalla progressiva perdita da parte delle nostre società di una messe vastissima di opportunità preziose, dal subitaneo tramonto di convinzioni, di abitudini, di modelli di relazioni interpersonali più che degni e per l’innanzi radicatissimi.
Sempre più andiamo familiarizzandoci con l’idea di vivere un’epoca di sconfitta e di ripiegamento, di declino. Che non a caso è innanzi tutto un inquietante declino demografico: come se ci stesse venendo meno perfino la volontà biologica di avere un futuro. Qualcosa, insomma, che assomiglia, come ho spesso detto, a una vera e propria complessiva crisi di civiltà.
Dalla caduta del muro di Berlino e dalla fine dell'URSS la storia non soltanto non si è fermata, come qualcuno voleva farci credere, ma ha camminato più velocemente, quasi impetuosamente. A chi ha la mia età, il mondo appare assai diverso da un tempo; più diverso e più insicuro.
Nel campo economico e sociale, poi, da almeno trent'anni la crescita è debole e i salari molto spesso non sono sufficienti persino a sfamare le famiglie dei lavoratori. Avanza la povertà con un ritmo straordinario e aumentano le diseguaglianze. La politica, di fronte a tutto ciò, si mostra incapace di capire e di proporre soluzioni. Il suo fallimento rende i cittadini sconvolti, al punto di convincersi che le colpe sono della finanza, del capitalismo, del liberalismo, non rendendosi conto che proprio finanza e capitalismo sono stati le vittime dell'incompetenza politica, che però ha preteso d'ingerirsi sempre più con un massiccio statalismo.
Anche il quadro ideale cui eravamo abituati, l’insieme dei valori e delle istituzioni deputati a incarnarli e preservarli, gli orizzonti culturali che ci erano consueti, appaiono sconvolti e in buona parte annichiliti. La pervasività dei media elettronici, con il conseguente declino della scrittura; la perdita di capacità formativa da parte dell’istruzione scolastica, non più custode come un tempo di alcun legame con il passato; infine la secolarizzazione, intrecciata a un sempre crescente individualismo frantumatore di ogni legame a cominciare da quello familiare: sono questi fattori che disegnano un orizzonte in cui una parte non piccola (forse maggioritaria) della popolazione dell’Occidente euro-americano fatica sempre di più a riconoscersi. Accade, tra l’altro, che una popolazione sempre più composta di anziani — quindi per forza di cose legata a costumi antichi — sia sospinta invece, inesorabilmente quanto paradossalmente, verso abitudini, valori, modelli di rapporti umani e stili di vita nuovi, nuovissimi (penso ad esempio a quanto sta accadendo nella sfera della vita sessuale) per essa inediti ed estranei, i quali richiedono un adattamento e un abbandono del proprio retaggio personale spesso penosi, non poche volte impossibili. Chi può dire il senso di frattura, di spaesamento, che tutto questo produce? Il malessere, che scava come un tarlo nello spirito pubblico, e magari è destinato a toccare livelli esplosivi quando vi si aggiunge con il fenomeno dell’immigrazione l’arrivo di genti sconosciute? È un senso di frattura rispetto al passato, di spaesamento, di non essere più padroni in casa propria, che confluisce e a propria volta alimenta l’impressione di perdita, di declino e di crisi di cui dicevo prima. Come se la storia, dopo avere per tanto tempo lavorato a nostro favore, lavorasse ormai contro di noi.
Nasce da tutto ciò la difficoltà psicologica di credere nel futuro o di progettarne la costruzione. Perché siamo ormai società vecchie e senza energie.
È in questo modo che si è creata in molti l’idea di un incombente destino di decadenza, di una crisi di civiltà. Un’idea alla quale ha dato un contributo decisivo — io credo, e lo dico sapendo di dire qualcosa che a certe orecchie suona blasfemo — il constatare, da parte della gente comune, dell’uomo della strada, come stessero progressivamente scomparendo dall’orizzonte del pensiero politico dell’Occidente e dalla sua azione concreta, ambiti ideali, dimensioni e modalità pratiche, che non solo ne avevano caratterizzato la secolare esistenza, ma ne avevano altresì assicurato un successo così rilevante.
È stata per gran parte l’opera di élite superficialmente progressiste, di debolissima cultura storica e politica, succubi delle mode, le quali hanno così creato un vuoto culturale e sociale enorme. Quel vuoto che da tempo forze torbidamente eterogenee hanno facilità a cercare di riempire con le loro ricette il più delle volte improbabili, ma dalla presa emotiva potenzialmente sempre più forte.

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