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martedì 27 maggio 2014

Un sindaco nemico della libertà



Come sicuramente potranno confermare coloro che “hanno titoli certificati e verificati”, quando nell'antica Roma un generale vincitore attraversava la città in trionfo, un uomo stava alle sue spalle per sussurrargli: “ricordati che sei un uomo”.
Se Renzi fosse un generale romano, oggi gli spetterebbe il trionfo, con la differenza che l'uomo alle sue spalle gli sussurrerebbe: “ricordati che sei in Italia”. E l'essere in Italia lo costringe a trattare non con i militi di una legione o con i senatori della Repubblica Romana, ma con le ramificazioni locali del suo esercito (il PD), che certamente sono meno affidabili.
Il PD siciliano è una di queste ramificazioni e quello cefalutano è una sua sub-ramificazione. Esse seguono quelle che potremmo definire le strategie delle visioni oniriche, che sono realtà soltanto durante il sonno della ragione e dell'intelletto, ma che al levar del sole scompaiono persino dalla nostra memoria, come scompaiono – se non sono scritti nella loro immediatezza a futura memoria - non appena si avverano.
Se Renzi dovesse astenersi dal rottamare i tanti segretari e i sindaci, espressioni di queste ramificazioni locali, il suo disegno di una nuova politica sarebbe destinato a restare solamente uno sterile esercizio dialettico-politico, come i tanti ai quali siamo abituati a Cefalù e in Sicilia.
Io non so se la lettura di Tocqueville ha fatto parte della sua cultura politica, ma ritengo che egli non possa non richiamarsi alla sua La democrazia in America, specialmente laddove egli afferma che nel comune risiede la forza dei popoli liberi. Intendendo con ciò affermare che in assenza delle libertà locali e della loro autonomia, non possono esistere cittadini, ma soltanto sudditi. Già questa considerazione, da sola, dimostra quanto sia importante colui che viene eletto a capo della comunità locale – il sindaco, nel nostro caso. Egli non dev'essere l'esecutore di farraginose leggine e neppure il referente di politici nazionali, ma il garante dell'autonomia e della libertà dei cittadini che l'hanno eletto. Egli non dovrà lasciare impoverire questa sua comunità dell'acqua potabile, per correre dietro alle scelte demenziali di una Regione creatrice di carrozzoni; non dev'essere passivo di fronte al furto del suo litorale, non soltanto perché così stabiliscono in alto, ma perché non è stato capace di fornire il Comune degli strumenti previsti dalla legge; non deve consentire la scomparsa di uffici statali, che sono garanzia di amministrazione della giustizia. Se lo consente, infatti, egli ha fatto dei cittadini, che l'hanno eletto, soltanto dei sudditi senza libertà effettiva. Perché meravigliarsi se nelle ultime elezioni in oltre 8.000 si sono astenuti dal votare? Sapevano come la loro partecipazione al voto non avrebbe comportato il loro diritto di sapere, di controllare ed eventualmente di punire. Lo sapevano per esperienza acquisita in questi due anni di amministrazione, in cui ogni cosa è stata decisa prima e soltanto dopo, a cose fatte, è stata portata a conoscenza dell'opinione pubblica. Anche quando la decisione riguardava un fatto strettamente locale, come nel caso del traffico urbano.
Siccome l'amministrazione locale non ha soltanto la funzione di esercitare un'autonomia, ma quella più importante di educare gli uomini all'esercizio della libertà, trasformandoli da sudditi in cittadini, appare chiaro come sia importante la funzione dell'ente locale per favorire la creazione di una nazione di uomini liberi. Una nazione come quella che Renzi ha promesso di creare con le sue riforme, che resterebbero soltanto vuoto esercizio politico, se non provvedesse contemporaneamente ad allontanare – a rottamare, com'egli ama dire – il politicume locale e conservatore (nel significato semantico negativo).
Il mio commento, per essere più chiaro, dovrebbe dilungarsi ancora di più, ma finirei con il venir meno al mio impegno della brevità. D'altronde, come dicevano i Latini, intelligenti pauca.

venerdì 25 aprile 2014

Il Conte di Montecristo in Municipio

Forse non tutti sanno che il valore di un uomo si misura, secondo una vulgata corrente, dal successo elettorale che ottiene, se si dà alla politica, o dalla ricchezza che riesce a conquistare, se si dà agli affari.
La cosa potrebbe non farci meraviglia. Ricordo di aver letto da ragazzo nel Conte di Montecristo la risposta che uno dei personaggi diede a chi gli chiedeva come mai quell'uomo era conte: “in un'epoca in cui il denaro è re, tutti possono essere nobili”.
Oggi, però, l'uno e l'altro, il politico o l'uomo d'affari, non si accontentano più di un titolo nobiliare, ma vogliono onori più tangibili e più prosaici. Non soltanto finanziariamente – il che sarebbe un danno poco grave per i cittadini – ma vogliono anche l'onore dell'infallibilità.
E così si chiudono nelle “segrete stanze”, dove discutono non dei problemi veri della società, ma dell'eco che giunge alle loro orecchie. In questo modo i problemi sono soltanto un'occasione per esercitarsi nell'arte dell'inganno, servendosi dello strumento della parola. Parole che vengono fuori come risonanza dell'eco, per cui sono prive di qualsivoglia riferimento concreto.
Sono soltanto promesse, che vorrebbero tacitare l'eco, ma non la voce reclamante soluzioni. Esse servono solamente a negare ogni ragion d'essere a ogni pensiero dissonante, che critica e consiglia inutilmente.
Ogni cittadino dovrebbe aver la pazienza di riascoltare attentamente i dibattiti consiliari, soprattutto nelle parti riguardanti la cosiddetta maggioranza, per farsi un'idea di quel che dico. E se non bastasse, potrebbe rileggersi i comunicati del Sindaco oppure potrebbe richiamare alla memoria le innumerevoli manifestazioni improvvisate, con nessun'altra spinta concettuale, se non quella di apparire.
Il cittadino attento potrebbe pure passare in rassegna non soltanto gli interventi privati in danno del paesaggio e delle antiche architetture tradizionali, ma persino quelli dell'Amministrazione pubblica, che sembrano troppo spesso dettate da incompetenza. Degli uni e degli altri ne abbiamo parlato più volte e, con buona pace degli infallibili, ne parleremo sempre, quando sarà necessario. Lo dichiariamo a chiare lettere, perché essi sappiano che non potranno continuare impunemente a decidere nel segreto del futuro della nostra Città.
Ricorderemo anche tutte le volte che hanno taciuto, pur di non riflettere sulle critiche rivolte loro su scelte sbagliate a proposito del dissesto, del mancato rispetto del litorale, degli interventi sbagliati a tutela degli angoli caratteristici del paese, della incapacità a risolvere il problema dell'acqua, dell'improvvisazione nell'organizzazione degli eventi, dell'assenza totale di una strategia del turismo: ci ricorderemo di tutte queste cose e ci formeremo un giusto giudizio su chi in questi ultimi due anni ha (dis)amministrato il Paese, credendo di essere l'unico in grado di farlo e sparando ad alzo zero le sue cannonate demagogiche contro il passato e contro la povertà delle casse comunali, con il solo scopo di essere assolto.
Tutta questa inviperita demagogia ha funzionato forse nel primo anno d'amministrazione, ma ormai la stragrande maggioranza dei cittadini se ne dichiara stanca. Essi sembrano ormai disillusi e il sentirsi tali è giustificato da tutti i cinque sensi: l'olfatto, per quel che riguarda il depuratore mal funzionante; la vista, per il continuo oltraggio al patrimonio artistico e naturale; l'udito, per il totale inquinamento acustico del Centro Storico, invaso da motorette e karaoke improvvisato; il gusto, ormai perduto per l'assenza di prodotti alimentari locali e per l'uso esagerato di sale; il tatto, che non permette più di toccare senza rischi persino i fiori lungo le vie cittadine, troppo coperti del nero dello smog, che ne nasconde persino il colore naturale (avete mai visto in natura le margherite grigie?!).
Di fronte a questo sfacelo culturale, politico, economico e sociale si pone un'Amministrazione senza competenza, che confonde l'azione con l'agitazione, come nel caso del turismo, quando passa dai Russi ai Tedeschi con quella che i Francesi chiamano irresponsabile nonchalance, che per noi diventa noncuranza.
Allora la domanda diventa una soltanto: sopravviverà Cefalù? Soltanto in una sfera di cristallo potrà leggersi una risposta ottimistica, per chi ha la fantasia di crederci, perché per la ragione umana la risposta non può che essere NO!
A meno che...

lunedì 21 aprile 2014

Uno scellerato misfatto in Comune



La data dell'ultimo Consiglio comunale passerà sicuramente alla storia, per essere stato esso l'artefice di un atto scellerato, i cui effetti rischiano d'essere gravissimi anche in futuro, perché altri potrebbero apprendere la lezione sbagliata impartitaci da ben otto consiglieri.
Essi hanno dimenticato che i primi due commi dell'articolo 21 della Costituzione così recitano: “Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione.
La stampa non può essere soggetta ad autorizzazioni o censure.
Non so se per ignoranza dell'articolo o per misconoscimento dei sacri principi, che sono alla base dell'intera intelaiatura della nostra Carta Costituzionale – per la cui affermazione morirono non pochi uomini – ma sta di fatto che durante l'ultimo Consiglio comunale ben otto consiglieri su venti hanno presentato quella che erroneamente hanno definito pregiudiziale, mentre invece era soltanto un bavaglio, perché aveva il solo scopo d'impedire di discutere un punto all'ordine del giorno.
Tutti, e fra essi Piero Calamandrei, si saranno rivoltati nella tomba, prendendo atto di quanto siano cattivi discepoli questi consiglieri. Lo stesso sarà accaduto ai tanti indimenticati cefaludesi, come Spinuzza e Mandralisca, che si batterono per la libertà. E dire che fra gli otto ce n'è uno che dichiara di avere la passione per la storia!
Fa specie, infatti, pensare che tale finta pregiudiziale sia stata presentata in un consesso democraticamente eletto per essere un baluardo proprio a difesa della democrazia, della libertà e del “diritto a manifestare liberamente il proprio pensiero”. Eppure è accaduto, a dimostrazione che qualunque siano le ignoranze sommate, il risultato non potrà non essere che ancora un'ignoranza!
E quando l'ignoranza è sostenuta dalla forza dei numeri, s'impone alla sapienza, come s'impose a Socrate e a Gesù. Nulla di strano, dunque, che essa si sia imposta in Consiglio, impedendo di discutere su una questione, dalla quale deriveranno forse danni ingenti alle casse comunali.
Come ci ha insegnato un grande uomo di cultura, una democrazia non ha bisogno di oratori, ma di ascoltatori. Come credere che in Consiglio ci sia democrazia, se non soltanto non si vuole ascoltare, ma vi si toglie persino la parola?!
Ancora più specie fa il fatto che la cosiddetta pregiudiziale abbia avuto il parere favorevole del Segretario comunale, che, secondo la normativa, dovrebbe avere il compito, tra l'altro, di essere colui che esprime il parere sul rispetto delle norme giuridiche e, in particolare, della Costituzione!
Insomma, dobbiamo prendere atto che il problema del Consiglio non sarà risolvibile, finché non sarà imposto il rispetto dei principi basilari della Costituzione. Il resto, tutto il resto, sarà soltanto il prevalere dell'arroganza, che purtroppo fa rima con ignoranza.







martedì 18 febbraio 2014

Vogliono uccidere l'amore per il sapere

Ci risiamo, questa ottusa classe politica tenta ancora una volta di offuscare le menti degli Italiani, per non correre il rischio che essi possano avere strumenti logici, da utilizzare come strumenti capaci di scoprirne la pochezza.
Vogliono decidere, questi poveri mentecatti, di abolire lo studio della filosofia in alcune facoltà universitarie e di ridurlo di un anno – da tre a due – nei licei.
Già lo hanno fatto con la geografia, con la storia, con il latino e con l'educazione civica. Con la stessa matematica si è proceduto ad abolire ogni sforzo di ragionamento, sviluppato con la dimostrazione dei suoi teoremi, e pretendendo quanto più possibile soltanto lo sforzo mnemonico.
In tanti, cultori della filosofia e spesso filosofi essi stessi, hanno protestato, nella speranza di salvare quel poco che resta della nostra scuola. Sebbene abbiano protestato con argomentazioni inoppugnabili, c'è il rischio che la maggioranza creda che essi abbiano agito e agiscano in difesa di un loro esclusivo vantaggio.
In quest'epoca di approssimazioni e di difesa di un malinteso concetto della scienza, infatti, sono in molti a credere che la vera cultura consista nell'immediata effettualità del sapere che ci trasmette. In breve, la cultura sarà utile, soltanto se potremo servircene a scopi pratici e con applicazioni immediate.
Si dimentica, però, quel che la storia della scienza ci insegna, anche per bocca e con l'esempio dei grandi scienziati, ai quali dobbiamo le grandi scoperte, che hanno reso più facile la nostra vita e meno mortali le malattie. Se oggi voliamo da Palermo a New York in appena sette ore, lo dobbiamo certamente al sapere scientifico; se curiamo la polmonite e se possiamo usare questo computer, lo dobbiamo certamente al sapere scientifico: se non siamo, cioè, ancora allo stato primitivo, vittime di una atroce insicurezza, lo dobbiamo alla scienza e alle sue applicazioni pratiche. Lo dobbiamo agli scienziati, che hanno studiato la natura e per riuscirci hanno saputo applicare la loro mente. La mente, che non è soltanto il cervello sotto il cranio, ma la capacità di fare ipotesi; di essere, cioè, una mente filosofica.
Si pensi a Democrito ed Epicuro, che seppero ipotizzare l'atomo, poi scoperto oltre duemila anni dopo; si pensi a Newton e a Kant, ad Einstein e Maxwell: questi nominati e le centinaia di scienziati non nominati furono filosofi. Se non lo fossero stati, non avrebbero avuto una mente capace di aiutarli nella ricerca.
Oggi che cosa si vuol fare? Si vuole irresponsabilmente ritornare all'epoca che va dalla caduta dell'Impero romano all'anno Mille, quando l'assenza della filosofia rese gli uomini incapaci persino di coltivare la terra per nutrirsi e l'igiene per difendersi dalle pestilenze.
Voglio ricordare, per allontanarmi da riflessioni troppo erudite, un episodio della mia fanciullezza. Ero in visita presso i miei nonni paterni in un paesino del Messinese e là conobbi un signore, che raccontò come i suoi genitori vollero che studiasse, perché dallo studio sarebbe derivato non tanto un salto sociale, ma piuttosto la possibilità di essere utile agli altri. Era ancora alle medie, dove allora si studiava il latino, quando la madre, al suo rientro dalle vacanze, gli chiese di riferirle quali parole latine avesse imparato, come se questo fosse la misura dell'avanzamento culturale del figlio.
La donna, come il marito, non aveva studiato, ma il buon senso le indicava che quel latino, sebbene non potesse avere implicazioni pratiche, contribuiva all'apertura mentale del figlio. Quel buon senso che sembra mancare ai nostri politici, a meno che non vogliamo crederli tanto in malafede, da dedurre che essi vogliono cittadini con la mente sempre più chiusa, per trasformarli in sudditi impotenti.
Pensate per un momento quanto sarebbe necessario questo buon senso a Cefalù!

mercoledì 18 dicembre 2013

L'aumentato divario tra ricchi e poveri

Ci fu un tempo lungo oltre due secoli, in cui la società europea respirò un'atmosfera di maggiore ricchezza, ma non per tutti. Anzi, soltanto per una sparuta minoranza, che delle ricchezze ottenute grazie alle scoperte geografiche – l'America in primis – godette i maggiori vantaggi. Gli altri continuarono a essere poveri fino all'indigenza e il tasso di mortalità non si abbassò: era frequente che si morisse bambini e l'età media della popolazione non superava i quarant'anni.
Occorsero due secoli abbondanti, perché si trovassero strategie atte a distribuire a tutti i vantaggi della nuova ricchezza e non soltanto alle corti reali e nei palazzi baronali. Furono due secoli in cui aumentò lentamente la cultura, e con essa la consapevolezza dell'uomo di essere artefice della propria vita e del proprio futuro. L'Illuminismo scozzese di Hume, Smith e Ferguson ne fu un esempio. Così come lo fu la crescita della scienza con Galileo, Newton e altri, ivi comprese le sue applicazioni grazie ad artigiani e tecnici, ai quali si devono il telaio meccanico, la locomotiva a vapore e via di seguito.
Quindi, non furono necessarie soltanto strategie, ma anche una crescita culturale, che le rendesse attuabili. A mano a mano che esse si affermarono, nacquero le produzioni di tessuti di cotone, con i quali si vestirono anche i più poveri, perché il cotone costava meno; gli opifici si distribuirono su tutto il territorio, perché ovunque, e non soltanto in prossimità di fonti di energia come l'acqua, grazie al vapore potevano essere azionati i telai e altri strumenti di produzione; grazie allo sviluppo ferroviario anche parti internate e prima abbandonate riuscirono a commercializzare i beni prodotti; a poco a poco si svilupparono tecniche agricole più produttive e non vi fu più bisogno d'impiegare manodopera numerosa, che così ebbe modo di dedicarsi alla neo-industrializzazione.
Certo, inizialmente ci fu sfruttamento, ma poi, grazie alla consapevolezza della necessità della loro presenza, lo sfruttamento cedette il passo al riconoscimento dei diritti della persona, con orari di lavoro meno pesanti e soprattutto con la liberazione dei bambini.
Allora la ricchezza divenne più diffusa e diminuì il divario tra ricchi e poveri. Anche i figli dei proletari studiarono e accrebbero la cultura della loro classe sociale. Questa accresciuta cultura la elevò e le diede consapevolezza del proprio valore. Anzi, finì con il dimostrare che la vera ricchezza non consisteva nell'avere,ma nell'essere. Essere, cioè, menti aperte e depositari di conoscenza.
Una nuova ricchezza si affacciava nel panorama sociale; una ricchezza sempre più diffusa. Adesso non era più un problema di grande divario fra ricchi e poveri, ma quello tra uomini impegnati nello studio e uomini imbelli, adagiati sulle loro effimere ricchezze.
Questa fu la vera rivoluzione industriale, non casualmente nata a metà del XVIII secolo in Inghilterra, l'Inghilterra di Hume, di Smith, di Locke. Un'Inghilterra alla quale dobbiamo la nascita della società del benessere, che fu rallentata nell'Europa continentale da un illuminismo diverso: quello francese, che in molte sue parti – per fortuna non tutte – credeva di poter dominare le leggi della natura, che dovevano sottomettersi alla ragione. Una ragione che non ammetteva alcun limite, per cui coloro che ne erano convinti pensavano di poter cambiare la società e se i loro tentativi causavano povertà e persino morti, ci si difendeva dicendo che presto si sarebbe avuto l'avvento della libertà e del principio di a ciascuno secondo i suoi bisogni. La vita era altrove!
Il comunismo fu l'ultimo doloroso esempio di questo aberrante pensiero. Un pensiero che ha avuto e ha ancora tristi conseguenze sociali e culturali. Esso ha segnato, infatti, un ritorno al Medioevo, quando i più morivano ancora bambini e gli altri rappresentavano la classe ricca, ricchissima, lontana dai veri bisogni della società, troppo abituata all'arroganza e incapace di dare il benché minimo contributo alla società.
Discettare oggi sui problemi della nostra società, dimenticando di guardare ai suoi veri problemi, equivale a essere ciechi come un illuminista francese alla Rousseau. Equivale a pensare che un sistema nato nella nostra mente possa, se calato nella realtà, risolverne tutti i problemi e a renderla felice.
Ma, bisognerebbe dire a questi signori, come pensano di migliorare la vita dei più, se questi più vengono tartassati, aumentando così il divario che li separa dagli avvantaggiati? Come si spera di aiutare la società sempre più povera, se si difendono i privilegi di una casta, che è anche la detentrice del potere di fare leggi?
Questa casta non sta distruggendo i vantaggi di secoli, ma per ignoranza sta distruggendo anche se stessa. Se, infatti, la percentuale dei poveri sarà sempre più grande, chi consumerà, se non soltanto i ricchi, sempre meno numerosi? E i loro consumi riusciranno a essere tali da consentire di mantenere la produzione? E se la produzione di beni diminuirà, che fine farà il lavoro di tanti operai? Non andremo incontro a una povertà peggiore di quella medievale, visto che a essa non siamo più abituati come lo erano gli uomini del Medioevo?
Di fronte a questi problemi si tace. La casta crede, come la maggioranza sempre più disperata, che tutto potrà essere risolto da un sempre maggiore statalismo, non accorgendosi che proprio un eccesso di statalismo è stato la causa di questi problemi: siamo alla psicanalisi di Freud, che è la malattia che cura se stessa.
Forse sarebbe ora che ognuno di noi facesse il proprio dovere non con i lamenti, ma con il massimo della consapevolezza delle cause vere dei problemi e senza gli infingimenti e le mistificazioni ai quali dovremmo essere ubbidienti, come vorrebbe la casta, che ce li propina ogni giorno. La casta a ogni livello; i forconi nutritisi fino a oggi alla mammella di mamma Stato; i politici che promettono di cambiare il mondo, non precisando, però, che vogliono cambiarlo retrocedendolo; i sindaci incapaci d'indicare soluzioni vere e disposti a dare la colpa a mamma Stato o ai loro predecessori; i sindacalisti che alla crescita della ricchezza hanno anteposto la redistribuzione, dimentichi che finita la ricchezza non si ha nulla da distribuire.
L'elenco potrebbe continuare per lunghi capitoli, ma non servirebbe a nulla, se non prendiamo coscienza che in questi ultimi cinquant'anni non siamo stati derubati, con la nostra complicità, soltanto di ricchezza materiale, ma anche di libertà, di dignità e di futuro.
È tempo di dire basta!

martedì 10 dicembre 2013

La tirannia dei dilettanti allo sbaraglio

Vilfredo Pareto scrisse che “la storia è un cimitero di aristocrazie”, intendendo con il termine aristocrazia élite, che altro non è, se non l'aristocrazia nella democrazia.
Mai come ai nostri giorni le élite sono finite con tanta rapidità. Si pensi alla classe dirigente democristiana, i cui rappresentanti cambiarono quasi con cadenza annuale (Fanfani, Moro, Colombo, Rumor, Piccoli eccetera); si pensi a quella socialista, i cui rappresentanti cambiarono con cadenza più lunga, ma pur sempre troppo breve; quella comunista cambiò con minore cadenza, e questo le permise di durare più a lungo e di superare le difficoltà delle altre élite, essendo essa più abituata a servirsi della demagogia. Tralascio le altre élite e mi soffermo sulle loro degenerazioni: la caduta nell'aristocrazia di un solo uomo, Berlusconi.
Se riandiamo con la memoria alla storia politica greca, vi ritroviamo non pochi pensatori che, riflettendo sulla ineluttabilità di questo decadimento, distinguevano un passaggio dall'oligarchia (il governo di pochi) alla democrazia (il governo di tutti), poi dalla democrazia alla demagogia ( il governo dell'inganno) e infine alla tirannia (il governo di uno).
Non voglio portare a esempio, per dimostrare quanta verità c'è in questa riflessione, la politica nazionale, troppo lontana dal nostro quotidiano, e mi limito a quella locale, a quella comunale. I giovani ne conoscono soltanto la parte di questi ultimi anni, ma coloro che hanno la mia età hanno vissuto gli anni d'oro della democrazia, quando fu sindaco di Cefalù Giuseppe Giardina e quando la vita sociale ed economica del Paese era affidata a élite culturali dai meriti indubbi.
Questa élite era seguita da tutto il popolo e persino quelli che le si opponevano ne avevano rispetto per le sue indiscutibili qualità.
Poi le cose cambiarono e con esse cambiò l'élite. Prima prese campo la corruzione e poi, quando la situazione di crisi dilagante rese difficile la corruzione, subentrò la demagogia, finché non siamo caduti nella tirannia. Non trovo, infatti, altro sostantivo per definire l'attuale sindacatura Lapunzina, uscita dalle urne senza maggioranza in Consiglio, quasi a voler sottolineare che i cittadini non si fidavano e volevano una opposizione in grado di controllarlo.
Non potevano prevedere, i cittadini, che avrebbe usato la situazione disperata del Comune per convincere parte di questa opposizione ad appoggiarlo nell'interesse della Città. Le sue proposte, però, non erano e non sono in grado di fare il bene della Città, per cui alcuni consiglieri, resosene conto, lo hanno lasciato in balia di una finta maggioranza. Con il risultato che egli è rimasto solo ad amministrare ed è stato trasformato giocoforza in un tiranno. Soprattutto se si considerano i troppi silenzi di coloro che dovrebbero collaborarlo.
Come accade a tutti i tiranni, presto una sorta di delirio di onnipotenza si è impadronito di lui, facendogli affermare spesso rispettami, sono il Primo Cittadino oppure che l'acqua è potabile, anzi non lo è e persino che il dissesto finanziario non c'è più, rimangono soltanto i debiti. Tutte affermazioni fatte con troppa serietà, dallo stesso Sindaco e da alcuni suoi seguaci, poco consapevoli che i cittadini li prendono per quel che sono: esempi di dilettanti allo sbaraglio.
Inconsapevoli, essi aumentano i rischi del Paese e preparano a se stessi una fine ingloriosa. Andranno, come diceva Pareto, a popolare l'ennesimo “cimitero delle aristocrazie”, non avendone, però, incarnata neppure l'apparenza.