Le
vicissitudini della Tares - il tributo comunale sui rifiuti e servizi
indivisibili, la cui prima rata è di imminente scadenza in molti
comuni - sono uno degli esempi più lampanti nel recente panorama
tributario delle condizioni di sudditanza del contribuente italiano.
Introdotta
alla fine del 2011 per sostituire la Tarsu e la Tia (la tariffa di
igiene ambientale) e compensare i tagli dei trasferimenti statali, è
evidente che la Tares costerà di più della somma dell'una e
dell'altra, sia perché deve far fronte alle difficoltà di bilancio
degli enti comunali, sia perché deve coprire al 100% i costi per la
raccolta e lo smaltimento dei rifiuti, che non erano integralmente
coperti dalla precedente tassazione.
Ma,
a parte il non piccolo particolare del livello di pressione fiscale
locale, ciò che stride rispetto a un sistema tributario "sano"
è che sulla Tares sono cuciti due tributi di natura diversa: la
tassa sui rifiuti - ossia il corrispettivo per lo specifico servizio
di gestione dei rifiuti - e l'imposta per i servizi indivisibili -
ossia un onere fiscale richiesto a prescindere da un criterio di
corrispettività rispetto a un preciso servizio e che serve a
finanziarie spese indivisibili come anagrafe o polizia locale.
Di
conseguenza, il cittadino sa di dover pagare probabilmente di più
rispetto agli anni precedenti, ma non sa se questo di più servirà a
migliorare la qualità di qualche servizio, data appunto la quota per
servizi (e spese) indivisibili.
Quest'ultima
quota, inoltre, è una vera e propria tassa patrimoniale, che si
somma ad un'altra patrimoniale già pagata sugli immobili - l'IMU -
facendo della Tares una sorta di Frankenstein fiscale che, oltre ad
avere una doppia natura fiscale, è una sorta di doppione di un
tributo già esigibile per il medesimo presupposto impositivo, in
spregio ai principi fondamentali del diritto tributario.
Se
vista poi dal lato della certezza del diritto - carattere che
dovrebbe essere fondamentale nel diritto tributario, dove ogni errore
è in genere colpa del contribuente - a solo una settimana da quella
che doveva essere l'entrata in vigore dell'imposta, la legge di
stabilità per il 2013 ne ha differito ad aprile 2013 l'operatività,
per poi posticipare ulteriormente il versamento della prima rata al
primo luglio 2013.
Ad
aprile, stanti le difficoltà di rendere operativa la riscossione del
tributo, il governo ha deliberato che, per l'anno 2013, le scadenze
venissero fissate dai comuni.
A
meno di tre mesi da quello che doveva essere il pagamento del primo
acconto, gli italiani non sapevano quanto e come pagare. Tutt'ora,
molti comuni non hanno ancora deliberato, mentre altri hanno fissato
scadenze entro il mese di giugno e l'agenzia delle entrate ha
approvato bollettini e codici di pagamento solo alla fine di maggio.
Insomma,
l'unica certezza è stata ancora una volta che si pagherà di più
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