La Sicilia in agonia sta
contorcendosi convulsamente come un impiccato. Alludo, per i
contorcimenti, a coloro che scendono in piazza e sfogano non la loro
rabbia, perché non hanno più la forza di averne, ma la loro
disperazione. Sono agricoltori, autotrasportatori, pescatori. Sono
uomini che hanno rischiato sempre in proprio; sono, cioè, uomini
abituati ad affrontare le difficoltà della loro attività, facendo
leva sulle loro capacità, sul loro coraggio, sulla loro esperienza e
quella dei loro genitori, sulla loro buona volontà.
C'è, a questo proposito,
la dichiarazione di uno di questi manifestanti, un agricoltore nel
caso specifico, che la dice lunga sulla situazione reale. Ricordando
il padre e il nonno, egli si chiede e chiede come mai costoro, con il
duro lavoro, riuscirono a comprare quella terra, dove lavora e sulla
quale costruirono la casa, che oggi egli abita; mentre invece egli,
dopo vent'anni di lavoro, si ritrova persino senza la capacità di
mantenere se stesso e i propri figli. Si ritrova disperato.
Vero, come mai? Che cosa
non ha funzionato? Forse è cambiato il metodo di coltivazione degli
agrumi o delle lattughe? Forse le onde del mare in tempesta non
vengono più affrontate dai pescatori, per catturare pesci? Forse si
sono allungati gli itinerari per gli autotrasportatori?
Niente di tutto questo!
Si è provveduto soltanto a togliere libertà a questi lavoratori. La
libertà di trovare “sul campo” e con l'esperienza le soluzioni
ai problemi, che da sempre gli uomini devono affrontare per vivere. E
gli si è tolta, questa libertà, facendo loro credere che lo si
faceva per il loro bene, per liberarli dal peso del rischio e per
garantire loro sicurezza estrema. Una sicurezza, che procuravano con
quelli ch'erano chiamati “contributi” o “fermi biologici” e
che permettevano a una classe politica sempre meno preparata e a una
burocrazia – che non distingueva una vacca da una capra o una
sardina da un'acciuga – di stabilire che cosa questi uomini
dovevano fare, quando dovevano farlo e come dovevano farlo. Nel giro
di pochi decenni questa politica dissennata ha distrutto molte
attività e ha dilapidato ricchezze in stupide sperimentazioni,
studiate a tavolino, ma persino nemiche del territorio. Tant'è che
esso da anni ormai si ribella con le sue frane, finché una di esse
non inghiottirà questi responsabili.
Oggi anche loro, i
politici regionali e la burocrazia, sono stanchi, al punto che non
sanno sfruttare le occasioni offerte dalla UE con i fondi per il
rilancio della Sicilia, e disperati nominano consulenti pagati a peso
d'oro e per se stessi chiedono stipendi ed emolumenti superiori di
gran lunga a quelli dei loro colleghi di altre regioni italiane.
Disperati impugnano il bilancio dello Stato, chiedendo il
riconoscimento del diritto d'incassare le accise sui carburanti. Ma
per far cosa? Per mantenere i loro privilegi, visto che la cifra non
sarebbe sufficiente neppure a coprire il misero 5% delle necessità.
Non impugnano, però, le
decisioni di chiudere centri nascite e tribunali. In questo caso sono
ubbidienti e solerti come scolari diligenti!
Povera Sicilia! Speriamo
che questa ribellione spontanea, sebbene nata dalla disperazione, non
muoia prima che i Lombardo e i suoi assessori siano tornati nelle
loro case e seduti sui triclini siano serviti e riveriti dai
dirigenti e dai burocrati regionali, con indosso finalmente la livrea
dei servitori. Speriamo che questi uomini non facciano come altri
prima di loro e non si ritirino perché è stato promesso un
contributo o un piano faraonico d'intervento.
Non fidatevi di chi,
promettendo l'autonomia, vi ha svenduti per restare attaccato a una
poltrona!
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