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martedì 17 gennaio 2012

Una riforma costituzione

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Se me lo consentite, vorrei riprendere la discussione relativa alla nostra Costituzione e aggiungere alcune considerazioni, per dimostrare quanto sia necessaria una sua revisione.
Prima un brevissimo excursus storico.
La democrazia nacque ad Atene e il termine indicava il potere del popolo. Non funzionò bene, però, e per questa ragione ebbe breve durata. E che non era destinata a durare l'aveva per primo compreso Socrate, che ne attribuiva la colpa alla scarsa sapienza degli uomini e riteneva, pertanto, che se si fosse riusciti a renderli più sapienti, essi sarebbero stati migliori cittadini e avrebbero scelto meglio i governanti della “polis”.
Socrate non considerava che “governo del popolo” significa, però, governo di tutto il popolo. Ma il popolo che votava ad Atene non era tutto, perché erano esclusi sicuramente gli schiavi e i meteci, e quindi quella di Atene non era una democrazia come la intendiamo noi.
A Roma, nella Roma repubblicana, le cose andarono un po' meglio. Si cominciarono a considerare alcuni diritti fondamentali e fra questi soprattutto il diritto alla vita, per cui il padrone non aveva diritto di vita o di morte sullo schiavo, pur essendo considerato sua proprietà come se fosse un oggetto. Era già qualcosa.
Con Locke le cose, dopo ben sedici secoli, cambiarono. Secondo Locke, infatti, l'uomo ha tre diritti fondamentali, che nessuna legge può togliergli: il diritto alla vita, alla libertà di espressione e alla proprietà, se questa è il frutto della sua intelligenza e del suo lavoro.
Da questo momento si cercò di organizzare lo Stato in modo che chi aveva il potere non potesse venir meno al rispetto di questi diritti fondamentali. E fu proprio in Inghilterra che nacque la prima democrazia moderna, basata sulla necessità di creare, da una parte, poteri intermedi, come i Comuni, per limitare il Potere centrale, e dall'altra di separare i tre poteri dello Stato: l'esecutivo, il legislativo e il giudiziario.
Principi che furono ripresi da Montesquieu e furono poi fatti propri da tutti i pensatori liberali dell'Ottocento. Principi che durano ancora oggi. Era nata infatti quella che possiamo definire “la democrazia liberale”. Con l'aggiunta di questo aggettivo fu necessario fissare come inattaccabili i diritti fondamentali, fissandoli definitivamente su una costituzione. Era nato lo stato costituzionale.
Come tutte le cose umane, però, qualcosa sfuggì ai pensatori d'allora e ai costituenti. La loro mente era una mente umana e come tale soggetta all'errore o alla disattenzione e sicuramente all'incapacità di prevedere i cambiamenti della società e la sua nuova mentalità.
Anche in Italia è accaduta la stessa cosa e anche l'Italia – ma anche l'Europa – sta vivendo grandi difficoltà come l'Atene degli anni della sua crisi. Anche noi, come Socrate allora, dobbiamo cercare di capire, per essere artefici della nostra vita e del nostro destino.
Perché oggi l'Italia in primis, ma anche l'Europa, sono in crisi? La globalizzazione o un deficit di democrazia e quindi l'incapacità di questa di affrontare le nuove realtà con maggiore cognizione di causa e con governanti preparati?
Purtroppo si dà la colpa alle banche o agli speculatori, ma non si tiene conto che se costoro sono in grado di ricattare gli stati è perché i loro governanti hanno loro permesso di prendere il sopravvento sulla politica e quindi sui cittadini, calpestando quei diritti fondamentali e inalienabili, dei quali parlavo prima. In una parola, gli Stati sono venuti meno al loro compito precipuo, che è quello di garantire la libertà dei cittadini.
Perché tutto questo? Se guardiamo all'Italia, è innegabile che la causa prima deriva dalla confusione che si è fatta e si fa tra i tre famosi poteri: il legislativo, l'esecutivo e il giudiziario. E la confusione nasce da un difetto fondamentale: il considerare la legge non come disse Piero Calamandrei in una arringa difensiva in favore di Danilo Dolci, “una corrente di pensiero” e quindi il frutto della nostra volontà di difendere i diritti del cittadino, ma come norma amministrativa votata dal Parlamento e solo per questo motivo “legge” e non soltanto quel che è: una norma, che troppo spesso tradisce i principi del diritto.
Donde deriva questa confusione? Io credo che essa derivi dall'aver affidato allo stesso Parlamento sia il potere legislativo e sia quello di sostenitore e controllore del Governo. Ciò comporta, siccome il Governo amministra, che il Parlamento sia più preoccupato di sostenere questo Governo che dell'interesse del Paese. Ma anche, se sono prossime le elezioni, di votare “leggi”, ma meglio dire norme, di spesa per raccogliere consensi.
Per rendersi conto di questo gioco al massacro bisognerebbe che tutti i cittadini fossero come li avrebbe voluti Socrate. Ma questo è stato impossibile ottenerlo in venticinque secoli e secondo me continua a essere impossibile da ottenere. Meglio cercare altri strumenti.
Intanto tornare alle autonomie locali, come le voleva Minghetti e come funzionano in Inghilterra. Poi pensare a una seria riforma della Costituzione, che preveda l'elezione con il sistema proporzionale di una Camera veramente e solamente legislativa, svincolata dall'appoggio e dal controllo del Governo, indipendente e in grado di bocciare le norme approvate da una Camera per far felice il Governo. Una Camera che somigli a una Corte Costituzionale, sempre attiva ed eletta dai cittadini, magari per dieci anni, e i cui membri non siano rieleggibili, per evitare che siano soggetti al desiderio di procurarsi consensi.
Questa, per sommi capi, la mia prima proposta. Su di essa vorrei sentire il vostro parere.

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